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5 motivi per cui il blogger sarà il vero giornalista digitale

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Quella dei giornalisti è una delle categorie professionali che soffre la rivoluzione di Internet. Il web ha reso obsoleta la carta stampata, ha cambiato le regole del fare informazione, spiazzando vagonate di professionisti della “vecchia scuola”.

blog giornalismo

Dal pezzo al post, dalla citazione al link, fino alla rivoluzione social di Twitter: un terremoto che ha visto affannose rincorse, crociate contro i new media (Gianni Riotta) mai realmente decollate, un’ostilità mista a invidia verso la new wave della comunicazione digitale.

Il meglio che gli editori sono riusciti a fare finora? Replicare online le testate, a eccezione del piccolo e non trascurabile particolare della gratuità.

Per questo ci troviamo con giornali che vivono di contributi statali, senza i quali sarebbero costretti a chiudere (vedi Pubblico di Luca Telese, durato appena tre mesi) perché totalmente dipendenti dalle vendite del formato cartaceo, in netto ed inesorabile calo.

In un contesto così confusionario, in cui si cercano forme di revenue sostenibili (advertising, paywall), quasi nessuno sembra preoccuparsi di fare giornalismo. E soprattutto di farlo nel web, secondo i suoi riti ed il suo linguaggio.

Per questo motivo mi viene spontaneo predire che il ruolo di giornalista digitale sarà sempre più appannaggio dei blogger.

equilibrio

Sì, i blogger, quelli ridimensionati da Lucia Annunziata ma che poi rappresentano il cuore del suo progetto editoriale (Huffington Post Italia); coloro che nelle rispettive nicchie vengono accusati di scarsa preparazione dai corrispettivi accreditati della stampa, ma nel frattempo collezionano partecipazioni su partecipazioni a eventi del settore.

Esistono delle ragioni per cui il blogger possa venire considerato come il futuro del giornalismo? Io ne ho contate 5:

1. Indipendenza

Nella maggioranza dei casi il blogger possiede un sito personale o comunque, pur scrivendo in un network, pubblica articoli derivanti da opinioni e analisi personali. Non essendo una testata giornalistica in senso stretto, un blog non deve seguire una linea dettata da un editore.

Questo, pur non escludendo che l’autore possa schierarsi su qualsiasi tematica, rappresenta un’evoluzione dal giornalismo tradizionale e, in generale, un importante punto di forza.

2. Naturalezza

Ci sono ottime possibilità che un blogger sia anche un nativo digitale, ovvero una persona che utilizza da sempre Internet e la comunicazione web.

E che la conosce da un numero sufficiente di anni per padroneggiarla e non commettere leggerezze (fail) che possano lederne la reputazione online. È un dato di fatto che con il ricambio generazionale la percentuale di nativi sarà sempre più alta.

3. Competenza

Chi l’ha detto che la professionalità si determina con un tesserino? Un blogger si misura ogni giorno con il pubblico che lo segue: scrivendo inesattezze non potrà che nuocere alla popolarità del suo blog.

Il giornalista tradizionale, da questo punto di vista, è più tutelato all’interno della testata: quante volte vi è capitato di leggere articoli errati e non firmati (al massimo siglati)?

4. Collaborazione

Il vero blogger si fonde con la filosofia del web, e con uno dei suoi concetti più importanti: la citazione, che spesso sfocia in networking e partnership. La citazione di contenuti altrui è un meccanismo naturale, e si manifesta attraverso i link.

Le testate vecchio stampo, invece, sono cresciute nel culto della negazione dell’altrui esistenza. Ancora oggi ci troviamo quotidiani del calibro di Corriere o Repubblica che “omettono” di citare YouTube come fonte della stragrande maggioranza dei video virali.

5. Curiosità

L’indipendenza del blogger si traduce anche in scelte autonome sui temi da trattare: di solito una persona non si dedica a qualcosa che non ama, che non lo incuriosisce, che non gli suscita passione. E la passione è fondamentale in una professione.

Voi che ne pensate? I blogger rappresentano il futuro del giornalismo?

Questo post è stato scritto da Enrico Giammarco, ex-giornalista e blogger. Si occupa di tecnologia, cultura digitale e social media su Webpointzero.com.

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libro blogging

Riccardo Esposito

Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

18 Comments

  1. La mia tesi di laurea si basava sul rapporto fra Blog e Giornalismo. 5 anni fa credevo fosse possibile una complementarietà.
    Adesso mi sembra che i primi stiano letteralmente fagocitando il giornalismo tradizionale, cieco e restio a innovarsi – ma d’altronde in un paese dove ci sono gli ordini che nemmanco le gilde di WoW, ingenuo io all’epoca nel pensare fosse possibile una visione comune fra i due “mondi”.
    L’unica perplessità rimane intorno al fatto che, eccettuate certe nicchie avanzate, c’è ancora la tendenza dei blogger a rielaborare (fortunatamente non più rivomitare e basta) i contenuti tradizionali.
    Ma già rispetto a un paio di anni fa, la situazione si sta evolvendo: solo il fatto che non esistono più molti blog network verticali che si basavano sulla bolla dell’arrivare primi su Google News, IMHO è un punto di rottura importante.

  2. Dipende innanzitutto dalla tipologia di blog che si porta avanti. Inoltre non è solo questione di tesserino, ma anche di laurea. Io vorrei che giornalismo e blogging restassero 2 realtà separate.
    Il giornalista dovrebbe adeguarsi – evolversi, quindi – alle nuove tecnologie. Un giornalista può anche essere un blogger, se tiene un proprio blog. E così un blogger può essere giornalista, se ha le competenze e ha fatto gli studi per diventare tale.
    Ritengo sbagliato che lo stato debba versare soldi alle testate giornalistiche, che in fondo sono aziende. O a tutti o a nessuno, secondo me.
    Se un blogger deve essere considerato un futuro giornalista, deve allora ripensare al suo progetto: perché in quel caso il blog non è più un giocattolo. Via i blog su hosting gratuiti, su piattaforme non proprietarie, via grafiche amatoriali.
    Professionalità su tutti i livelli, insomma.

  3. @Daniele: il punto cardine è che ci troviamo in un’epoca in cui, per varie evoluzioni di strumenti e linguaggio, è proprio la professione che finora è stata chiamata del “giornalista”, ad essere in discussione…e il blogger ne sembra il più probabile successore…il discorso degli studi è in qualche modo secondario e subordinato al profilo professionale che dovrà avere…

    • Io voglio puntare sul paragrafo 4.

      Non passa giorno che non becchi un articolo in cui si sorvoli sulle citazioni, sui link, sui riferimenti che dovrebbero essere inseriti per dare la giusta visibilità a chi ha fornito la materia prima per costruire la notizia.

      Questo è un comportamento che si ritrova anche tra nativi digitali, certo, ma da un giornalista io mi aspetto un approccio diverso. Mi aspetto professionalità.

      Sbaglio?

  4. no Riccardo non sbagli, collaborazione e correttezza, citazione e partnership, sono le armi da sfruttare per rendere il percorso dei “blog-journalism” e non solo efficace e penetrante

  5. Ciao a tutti, sono d’accordo con quello che hai scritto Riccardo, però voglio buttare lì una provocazione: come potrebbe campare questo ipotetico blogger/giornalista digitale del futuro in uno spazio come la Rete dove ad oggi è possibile recuperare informazioni gratis ovunque? Grazie in anticipo per le vostre risposte 🙂

  6. Ciao,
    ovviamene bisogna specificare di che blogger stiamo parlando e di che giornalisti… Chiamo in causa tu Riccardo perchè sei il blogger in questione ma la domanda è esemplificativa e vale in generale: saresti tu in grado di fare un’inchiesta giornalistica dalla A alla Z? E sarebbe quel giornalista in grado di scrivere articoli ogni giorno come fai tu?
    Secondo me UN blogger non può essere IL giornalista di domani, come se questo passaggio fosse un’equazione perfetta… serve precisare meglio il discorso, andare più a fondo, … sono un pò in linea con quanto detto da Daniele… è una questione delicata da studiare e sviscerare accuratamente!
    grazie, ciao!

  7. @Domenico: un metodo ce lo suggerisce Andrew Sullivan (http://www.lastampa.it/2013/01/04/tecnologia/andrew-sullivan-raccoglie-mila-dollari-per-il-suo-blog-BwrLGwSUKwzevrXAnVNPAO/pagina.html), in generale un blog può “campare” vendendo advertising (con numeri di visite assai lusinghieri), con un paywall (avendo raggiunto un’autorevolezza elevatissima, vedi Sullivan) oppure sfruttando il blog come cassa di risonanza per la vendita di prodotti (libri, corsi) o servizi (consulenze).

  8. Ciao Enrico, grazie per la risposta. Ero a conoscenza della notizia da te segnalata, ma secondo me il caso di Sullivan non può essere preso come esempio. Infatti, come indica lo stesso articolo de La Stampa, “Sullivan lo ha aperto all’alba dei blog, nel 2000, quindi lo ha portato sui siti di Time, The Atlantic, The Daily Beast (la società proprietaria di Newsweek, da poco passato dalla carta al Web)”. Soltanto dopo aver “sfruttato” la forza della stampa mainstream è riuscito ad ottenere quel risultato. Inoltre stiamo parlando di un blog su svariate milioni presenti sul Web.
    Ti parlo da blogger e credo che Riccardo in questo possa essere d’accordo con me: ad oggi, è quasi impossibile guadagnare, e quindi diciamo così campare, direttamente da un blog. L’unica strada, a mio avviso, percorribile rimane quella della vendita di servizi o consulenze, come già giustamente hai indicato tu. Grazie 🙂

  9. Il blogger non è il futuro giornalista, è il futuro venditore, il futuro rappresentante.
    I fan su facebook, i follower su Twitter gli iscritti alla mailing list, quelli che guardano i tuoi webinar, sono “solo” quelli che prima erano la via di cui farsi, porta a porta, tutti i civici.
    Se ve lo state ancora chiedendo, come si fa a guadagnare sul web, meglio che iniziate a chiudere baracca e burattini e a cercarvi un lavoro di quelli manuali, che se ne sente tanto la mancanza.

    • Un punto di vista leggermente caustico, non trovi?

      Allora anche io sarei un venditore porta a porta? Non che ci sia qualcosa di sbagliato in questa professione, ma non è la mia. Almeno credo!

  10. Partiamo da un presupposto fondamentale: il “cittadino di oggi” esiste in quanto consumatore.
    Per chi vuole lavorare veramente su internet, i blog, i social media e le mailing list sono uno straordinario strumento per costruire una comunità, gestirla, e incanalarne gli acquisti in una direzione: la propria. La comunità nel web marketing è TUTTO. Sono i tuoi iscritti che comprano quello che tu gli vendi / gli consigli, è da loro che arrivano i soldi.
    Altrimenti tutto questo gestire e parlare di pagine sui social media, scrivere blog e newsletter, veicolare il traffico, et cetera, resta solo un esercizio di stile. 🙂

    • Io credo che il nodo si trovi in questa concezione dicotomica del lavoro social: le persone sono fonte di reddito o spettatori di un esercizio di stile. Io credo – e parlo a titolo personale – che ci sia qualcosa in più, una scintilla che muove verso la socializzazione. Un piacere nel creare connessione e non divisione.

      Non è solo dimostrazione ma condivisione. Cosa ne pensi?

  11. È molto più complicata e ricca di sfumature di così.
    Non è che la comunità è un gruppo di polli da spolpare, anzi. Quello che stai dicendo tu va bene, ma è solo l’inizio, o ad ogni modo, una condizione necessaria ma non sufficiente.
    Ti faccio un paio di esempi:
    – Giallo Zafferano. Blog, canale Youtube, attività sui social, newsletter, etc., poi primo libro, poi secondo libro, vendite intorno alle 100.000 copie, chissà quante altre vendite su Kindle Store et similia, ok che è pubblicata dalla Mondadori ma il concetto della “comunità” non cambia;
    – MarloweDK, alias Thomas Risell, bassista danese. Da una valanga di video didattici postati su Youtube e su Vimeo, oltre che sul suo sito/blog, s’è messo a fare dvd autoprodotti confezionati da una delle tante aziende che stampa e spedisce per conto di chi realizza il prodotto (ovviamente non ho le cifre di vendita, ma stando ai numeri che fa il buon Marlowe su Youtube, è lecito aspettarsi discreti guadagni).
    La gente compra il libro di GZ o i dvd di Marlowe non perché vuole nuove ricette o nuovi video, ma perché è talmente affezionata al brand che non gliene frega molto se le ricette / gli argomenti trattati nel libro e nel dvd li può trovare anche sul sito, o realizzati da altri chef / bassisti.
    Essere mossi da una passione, o dal semplice “saper fare qualcosa”, non è tutto, ma è un buon inizio. Chiunque può allestire un progetto editoriale serio, un business plan. Un blogger è un publisher indipendente, un blog è una rivista online, in fondo. Poi però chi “arriva” è chi si impone come “thought leader”.
    Il paradosso di questo come di tanti altri blog italiani sul web marketing è che di fatto parlate di marketing senza fare marketing, perché non essendoci niente di “marketed”, non c’è nessun “marketer” a gestire il tutto.

  12. Ciao a tutti,
    interessante discussione e interessante tema sollevato da Enrico.

    Come qualcuno sosteneva già sopra, non credo vi sia un’equazione perfetta tra Blogger e Giornalista. Sono due mestieri differenti, profondamente a mio avviso.

    Il Giornalista, sulla carta, vive la notizia e la racconta. La approfondisce, tirando in causa i diretti interessati, ponendo domande, chiedendo risposte, presenziando il posto e raccontando ciò che vede. In base anche, sempre sulla carta, a competenze professionali ben precise.

    Il Blogger, invece, come sostenuto anche da Enrico, è indipendente. È l’occhio critico. Commenta, non racconta. Perché è molto difficile, in realtà, che sia sul posto. Il più delle volte, almeno da noi, il Blogger vede/sente/legge la notizia e la commenta. Notizia che viene dal Giornalista.

    Attenzione: parlo di Giornalista con la “G” maiuscola. Mentre in Italia la visione che abbiamo è un po’ (!) distorta. Perché il racconto è schierato, perché la notizia è di parte. Perché spesso non c’è la fonte della reale notizia. E quant’altro.

    Però, di base, credo che siano due professionalità diverse. Una racconta, l’altra commenta. Sempre sulla carta 🙂

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