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Creativo sì, #coglioneNo. Ma come risolviamo?

Hai visto i video della campagna #coglioneNo collettivo di filmakers ZERO? Sono fantastici, sul serio. Raccontano con ironia e precisione un malcostume della nostra realtà lavorativa.

creativo

Esatto, malcostume. Come si definisce l’abitudine che porta a iniziare un lavoro con un webwriter, webdesigner, SMM senza avere un budget per pagarne i servizi? Forse paraculaggine?

Il corto circuito mostrato nei video è chiaro: non pagherai mai un idraulico con un selfie sulla tazza del WC appena riparato, e non saluterai mai un giardiniere con una placca sulla spalla.

Ma quando si parla di lavori creativi saltano fuori tutte le scuse. La crisi, la spending review, l’IMU, la flessione dei consumi… Sai quante ne ho sentite di frasi tipo: “Ma sì, prendiamo qualche stagista. Non lo paghiamo e gli facciamo anche un piacere. Si diverte”. Le hai sentite anche tu, lo so.

Forse il lavoro creativo viene associato alla sfera ludica, al divertimento. Forse ci vedono come dei bambini che giocano con la plastilina (te la ricordi?). O forse perché siamo circondati da un mondo di gran farabutti che vogliono solo incassare. E non hanno alcun interesse a costruire.

Costruire cosa? Relazioni, successi. Qualcosa che vada oltre lo sfruttamento. Perché i grandi risultati si ottengono solo quando c’è rispetto e soddisfazione nel portare a termine un lavoro.

Ok, creativi sì e coglioni no. Quindi come la risolviamo la faccenda? Ci guardiamo il video, ci sensibilizziamo. E ci illudiamo che gli altri si sensibilizzino. In realtà gli stronzi resteranno tali. Ecco, io credo che il vero cambiamento debba partire da te.

Da te e dalla tua capacità di trasformare il tuo nome in un brand che ispiri fiducia in ogni angolo.

Il mio consiglio: devi investire sul tuo nome. Devi seguire strade differenti per fare in modo che in qualsiasi occasione qualcuno dica: “ok, lui/lei è in gamba”, “ho sentito parlare di questa persona”, “ho letto il suo blog: mi piace”, “l’ho sentito a quell’evento: chiamalo”.

Consiglio creativo

Curare un blog, organizzare webinar, studiare, fare esperienza, partecipare a un evento come relatore ma anche come spettatore: queste cose servono, questi punti ti aiutano a diventare forte.

Secondo te perché i migliori pubblicano guest post o rispondono alle interviste? Per il link? O forse per rafforzare il proprio brand?

Perché si organizzano webinar gratuiti e si regalano e-book? Perché regalo e-book? Perché dal 2009 a oggi ho scritto un articolo al giorno? Per passione, certo. Quella non manca.

Ma soprattutto per costruire un nome. Un nome da spendere in fase di preventivo. Ora posso permettermi il lusso di prendere calci quello che cerca scrittori scimmia. Che soddisfazione!

L’ho fatto sempre? No, anche io ho lavorato per 4 soldi. All’inizio. Durante gli anni universitari. Ma ho studiato tanto, ho lavorato e studiato, ho scritto giorno e notte. Tutti i giorni. Sul web e su carta.

Nessuno ti regala niente. Per raggiungere un briciolo di potere contrattuale ho anche lavorato gratis. Ma solo per i grandi nomi. Solo per chi meritava. Non per 50 centesimi ad articolo.

L’altra faccia della medaglia

Da un lato è giusto sottolineare l’importanza del compenso, della retribuzione. Dall’altro esaltiamo l’esperienza, il tirocinio, la gavetta. Ci sta, la devi fare. L’importante è creare nel tempo una competenza tale che ti permetta di imporre un prezzo umano.

Questo è l’unico trucco che conosco per guadagnare di più. Tu ne conosci altri?

libro blogging

Riccardo Esposito

Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

20 Comments

  1. Ciao Riccardo,
    condivido in toto ciò che hai scritto, sia la prima che la seconda parte.
    Il malcostume secondo me va oltre la realtà lavorativa e forse dipende dall’ignoranza o la non comprensione per i “lavori moderni”: mi ricordo quando ho iniziato a programmare, in famiglia ero considerato alla stessa stregua di mio cugino di 4 anni che giocava alla PlayStation 🙁 .
    Non so se ad oggi sono riuscito a costruirmi un nome, e non posso essere io ad affermarlo, ma io proseguo ancora per la stessa strada: studiare, imparare.
    Ancora oggi mi capita di accettare lavori “sottopagati”, ma solamente dove intravedo un’opportunità per me, per esempio poter fare esperienza su una nuova tecnologia: quel minus sul preventivo l’ho intendo come un costo derivante dall’opportunità di “autoformarmi”.

  2. IMHO si potrebbe aggiungere la postilla di evitare di lavorare “per il prestigio” a meno che questo non porti a qualcosa ovvero:

    1 – Prendo una commessa prestigiosa ma sotto/non-pagata ma sono sicuro avrà un ritorno in termini di immagine e PR e altri lavori LUCRATIVI e non di uguale prestigio e uguale fame.
    2 – Questo vale se si è agli inizi, se il “committente di prestigio” sceglie un professionista avviato lo deve pagare duro.

    In senso-lato, anche escludere lavori meno prestigiosi ma più redditizi è un altro “malcostume creativo” , ho visto davvero rifiutare commesse di ottimo introito perché “io non ci lavoro con questi”.

    Ok se è un discorso etico, ma citando la mia iena preferita, Mr. Pink, “siamo professionisti no? Comportiamoci da professionisti!”

  3. Ciao Riccardo,
    purtroppo (o per fortuna?) trucchi per guadagnare di più non ne conosco e non credo neppure che esistano.
    L’unico modo per provare a crearsi un posizione nel proprio settore lavorativo è, come hai più volte sottolineato, quello di impegnarsi e fare di tutto (letteralmente) per centrare i propri obiettivi.
    La strada è lunga e in salita ma il duro lavoro paga sempre e regala piccole grandi soddisfazioni.
    Per quanto riguarda quello che tu chiami malcostume e che io chiamo ignoranza, credo che sia un fenomeno tutto italiano difficile da combattere.
    Come hai scritto anche tu, è difficile trasformare uno stronzo in qualcosa di meno maleodorante.
    Bisogna ricercare e concentrarsi su quei clienti che stronzi non sono, è questo il lavoro più difficile.

  4. Rifiutare i lavori ambigui ed intrisecamente low-budget è la strada che sto cercando di seguire da qualche tempo per guadagnare qualcosa in più e, non ultimo, vivere meglio la mia attività: dire “no” quando le condizioni sono nebulose, poco chiare e quando il progetto, soprattutto, non si riesce ad esprimere in termini di obiettivi in meno di due frasi.

    Insomma dopo un po’ di anni di esperienza riesco a capire, per fortuna, quando le cose si metteranno male quasi dall’inizio… credo dipenda molto da come si pone la questione, da quanto ti coinvolgono e da cosa ti chiedono di fare (altro punto essenziale, se ti fanno fare manovalanza di basso livello è più probabile che poi non ti paghino, almeno nella mia piccola esperienza).

    Il lavoro creativo va tutelato meglio, quello è ovvio secondo me, la cosa che ho trovato curiosa sono state certe reazioni al video in questione, in cui sottolineavano – con il gusto qualunquista tipico dell’italiano medio – come in effetti il problema sia generale, come a dire che “Mica ci siete solo voi ad avere queste difficoltà”, mentre altri hanno addirittura insinuato che questi video sarebbero una trovata pubblicitaria inutile e addirittura controproducente (mi sfugge il senso di questo ragionamento, ma tant’è…).

    Cinismo a parte, io credo che abbiano sollevato un problema grosso e reale che, evidentemente, a qualcuno da’ anche fastidio… metterla sul vago, irritarsi e dire che “sì ma vale per tutti” è davvero deprimente ed indica che siamo lontani dalle soluzioni…

  5. Caro Riccardo, stavo aspettando anche il tuo articolo in cui avresti spiegato il tuo punto di vista. Che dire: hai fatto ancora centro, condivido in pieno. Vorrei sottolineare però una questione che i ragazzi di ZERO hanno individuato alla perfezione ma è passata un po’ inosservata. L’ho scritto anche ieri sul blog di Linus di Radio Deejay che ha dedicato un post all’argomento. Non cadiamo nell’errore di liquidare come ignoranti i “paraculi” che sfruttano il lavoro creativo altrui. Sono invece intelligenti e parlano perfettamente il linguaggio del creativo. Sono dei grandi motivatori. Hanno studiato marketing (ecco perché dicono “Budget” “ashtag” visibilità etc). Sono furbi e sanno bluffare: scoprono le loro carte solo alla fine, quando ormai si è fregati. Facile perciò diventare loro vittima, e in questo sono aiutati anche dai luoghi comuni che il creativo sente tutti i giorni da parenti ed amici non proprio al passo coi tempi (“perché non ti sei messo a fare l’idraulico, a quest’ora saresti ricco!”). Ecco i ragazzi di ZERO ribaltano la situazione: e se smettessimo di pagare proprio l’idraulico? e l’antennista? e il giardiniere? Se tutti ci comportassimo così cosa succederebbe? Grande Benedetto che citi Mr Pink: è vero, dobbiamo comportarci da professionisti, ma a volte si finisce comunque fregati.

    • Hai ragione,
      i “paraculi” non sono letteralmente ignoranti. Infatti, come dici tu, non ignorano affatto il loro campo d’azione, al contrario lo conoscono molto bene e, spesso, sono loro a scriverne le regole.
      Sono, però, ignoranti nel senso più becero del termine, ovvero disprezzano le persone e il loro lavoro.
      Il termine esatto è approfittatori, specie che – da sempre – in tempi di crisi trova terreno fertile per prolificare.
      Il punto di vista sui consigli di parenti e amici è molto interessate e, secondo me, centra il punto della questione: spesso il creativo è visto con sospetto dall’intera società (italiana), a volte si sente fuori posto e inizia a ronzare nella sua testa il dubbio di non valere abbastanza. E i “paraculi” ne approfittano.
      La soluzione? Continuare ad essere dei professionisti seri e capaci e andare avanti per la propria strada senza lasciarsi scoraggiare dagli eventi e lavorando solo per chi lo merita.
      Anche perché, poi sorgerebbe un’altra domanda: l’alternativa per un freelance qual è?

      • Non c’è una reale alternativa. E qui potresti dire: invece si che c’è, è lavorare da dipendente. Per come si sta mettendo il mercato del lavoro, e non solo nell’ambito creativo, certezze e posto sicuro sono una chimera che appartiene al passato. Vogliamo anche tirar fuori la questione di chi, pur avendo patita IVA continua a fatturare per la stessa società, lavorando di fatto come dipendente? Basta fare un salto in qualsiasi ufficio per capire un po’ com’è l’andazzo. Ma una cosa, di cui si avverte un vago sentore nell’aria, va assolutamente arginata: vedere addirittura l’ignoranza e la prepotenza come valore da abbracciare per raggiungere i propri obbiettivi. Ecco a cosa servono campagne di sensibilizzazione come #coglioneNo: ci danno uno spunto sul quale riflettere e condannano certi atteggiamenti fin troppo tollerati.

  6. Ed è quello che ho cominciato a fare io, sudare per il nome, anche perché il mio di nome è pure passabile… ma il cognome..!
    Ad ogni modo, riabilitare un cognome sput..nato e crearsene uno in un settore come questo non è facile se non sudi e fai qualche sacrificio, specie all’inizio, quando nonostante siano anni che scrivo per altri, anni, da meno di uno mi sento pronto per mangiare questo mondo con la mia bocca e la mia faccia.
    Perché… Creativi si, ma coglioni No.

  7. Ciao Riccardo,
    anche io supporto la campagna #coglioneNO perchè è riuscita senza tecnicismi e con esempi reali a comunicare un concetto preciso: la professionalità si paga.
    E’ sempre difficile spiegare al cliente perchè deve scegliere il professionista e quale sarà il suo valore aggiunto.
    Ecco questo bisogna far capire: il valore aggiunto del nostro lavoro!
    Come? Con tutti i punti elencati nel tuo articolo, investendo su te stesso, sul tuo brand, puntando sempre al massimo e facendoti il mazzo (passami il termine).
    I risultati non piovono dal cielo e se li vuoi ottenere ti devi sbattere costruendo una strategia mirata e con un mix di azione mirate perfetta per il tuo brand.
    On-line e off-line in base all’audience e in base ai traguardi.
    Anche io partecipo a webinair, corsi che richiedono un pagamento, scrivo guest post e tutto questo sottrae tempo alla mia vita privata.
    Ma sai che c’é? Che se non faccio così non arrivo da nessuna parte!
    E ti posso assicurare che questo duro lavoro mi sta dando delle grandi soddisfazioni.
    E poi impariamo a dire di NO, a volte è necessario: è il naturale processo di eliminazione (cit Afterhours)
    #coglioneNO

  8. Sagge parole. Anche io ho lavorato gratis ma il più delle volte l’ho fatto con soddisfazione perché ritenevo giusto sostenere una causa o perché era un modo per imparare. Altre volte invece mi hanno gabbato, ma questa è un’altra triste storia.

  9. Devo dire che a me ancora capita. Io ho deciso di non accettare più lavori per il prestigio o per la visibilità.
    Sicuramente partecipare ad un progetto, anche dopo tanti che ne hai fatti, ti arrichisce di esperienza, ma questo fa parte della vita.
    Credo che il primo passo per valutare un imprenditore è che il suo progetto abbia un budget a disposizione per essere realizzato. Una buona idea non è tale finchè non si realizza, e la parte finanziaria ed economica di un progetto ne sono parte rilevante. Un imprenditore che non ha predisposto un business plan considerando i costi necessari alla realizzazione non è un imprenditore. Dunque non è neanche in grado di comprnedere e apprezzare il lavore di un consulente.
    Per non parlare poi di quelli che ti chiedono di lavorare “a percentuale” su un progetto dove però non decidi niente.
    Se devo investire lo faccio su di me.
    C’è anche un aspetto da rilevare. Il mercato si basa su equilibri chiari, quello che spesso vediamo è che questi equilibri si rompono perchè c’è sempre chi accetta di lavorare non gratis, ma ricevendo come compenso la notorietà e la visibilità.
    Concludo con una storia che mi racconto sempre da solo:
    C’era una volta un tizio che doveva attaccare un quadro ad un muro.
    Dopo molti tentativi e tante prove andate male, chiama un muratore.
    Il muratore arriva a casa sua, prende un chiodo e con pochi colpi precisi attacca il quadro al muro.
    Il tizio, contento, ringrazia di cuore.
    Il muratore gli dice: sono 100 mila lire (la stroria è vecchia)
    Il tizio gli risponde: 100 mila lire, per un chiodo … ma è pazzo
    Il muratore, sorridento, risponde: veramente per il chiodo sono mille lire … ma per sapere come piantarlo nel miro sono 99 mila lire.

  10. Creativi si, minchioni (o se volete coglioni) mai!

    Un proverbio siciliano dice: boni si ma fissa mai! … traduzione: buoni si ma fessi mai!

    Professionisti sempre!!!!!!!!!
    Missionari mai!!!!!!!

    I primi operano nel business gli altri nel mondo spirituale o sociale.
    I professionisti per antonomasia sono proprio i missionari: professano il loro credo senza scopi di lucro!!!!!

    La professionalità, invece, nel business si paga, chiaro? … e sulla base di accordi presi prima di professare il proprio credo, o se volete, espletare la propria mansione. Questo distingue i professionisti dai missionari.

    Chiarito ciò, elencherò di seguito gli elementi necessari per essere professionisti nel business secondo la mia esperienza:

    Umiltà
    Gavetta
    Sacrifici
    Orario di lavoro flessibile
    Studio tecnico e specifico
    Formazione continua
    Confronto con gli altri
    Apertura al cambiamento
    Senso di responsabilità
    Tempo libero
    … no limite ai guadagni!!!

    Grazie Riccardo per il tuo post e che sia fonte di nuove opportunità di business.

  11. Condivido e sottoscrivo la campagna. E’ uno spaccato di vita che conosciamo bene. Purtroppo.
    Sono anche d’accordo con quanto dici. Il valore del nostro lavoro ce lo costruiamo giorno dopo giorno, studiando e facendo esperienza, ma anche confrontandoci. Credo soprattutto nel confronto in un’ottica non di sfruttamento (e purtroppo anche questo accade!) ma di collaborazione perché è anche in questo modo che il freelance riesce a costruirsi un “nome”. E lo stesso vale per l’azienda. Bisogna credere nel proprio progetto e farlo crescere giorno dopo giorno, se ci si ferma o peggio ancora ci si chiude a riccio il progetto muore e con lui le persone attorno.

  12. Ciao Riccardo,
    come sempre cogli il punto e lo focalizzi come pochi. Complimenti!

    Vorrei un tuo parere, a proposito di 50cent. ad articolo.
    Ho risposto alla richiesta di candidatura per “copy junior”, un’agenzia di Roma. Dopo uno scambio di eMail d’informazione, la stessa, sempre educata e gentile, mi ha risposto mandandomi una serie di argomenti, a mio piacimento, per lo sviluppo di 3 articoli test.
    Una volta elaborati ed inviati, tempo 10gg, ho ricevuto la buona notizia: i miei articoli sono piaciuti e sono interessati al mio lavoro.

    Fino qui tutto bene. Ma facciamo un passo indietro: l’offerta.
    Trattasi di 4€ ad articolo, per 30 articoli al mese, tra le 350 e le 500 parole (max).

    Sono pochi, molto pochi. Lo so. Però ho accettato.
    Ho accettato perchè è la mia prima vera esperienza come copy e, ammetto, che questa opportunità l’ho presa più come una “palestra”. Per farmi le ossa.

    Tu, cosa ne pensi?

    Grazie, ciao!!

  13. ciao Riccardo! Che piacere scoprire la sintonia operativa di oggi: ci siamo entrambi fermati sulla campagna #coglioneNO, supportata e condivisa da tanti, non solo creativi. Mi è rimasta… una tua parola: umiltà. Umiltà di continuare a impegnarsi, con passione e determinazione, come stai facendo da anni. Umiltà nel continuare a porsi e confrontarsi anche quando si sono raggiunti traguardi che ti permettono di dire NO a clienti e lavori che non ti convincono. Grande idea l’umiltà, grazie!

  14. E’ mai possibile che solo in Italia il lavoro creativo ed in generale il lavoro intellettuale viene considerato un lavoro di serie B? Se fai un mestiere per così dire tradizionale come l’idraulico, il giardiniere, ecc. sono pronti a pagarti per i tuoi servizi perché il risultato spesso, buono o cattivo che sia, si vede! ma se offri un servizio che implica un’attività creativa/intellettuale dove il risultato, pur essendo concreto per chi lo realizza spesso viene percepito da altri come qualcosa di impalpabile e facilmente raggiungibile, quindi di poco valore (ad es. un articolo scritto su un blog è visto con sospetto rispetto ad uno scritto su una rivista cartacea e dà l’impressione che chiunque possa farlo), quindi a mio avviso è necessario che da un lato cambi l’atteggiamento mentale verso tutti coloro che offrono servizi immateriali legati alle nuove professioni del web, il cui impegno e attività devono avere pari dignità e valore rispetto a coloro che offrono servizi cosiddetti tradizionali, dall’altro lato i creativi devono rendersi conto che il lavoro va sempre e comunque pagato anche se si divertono a farlo! altrimenti finiscono per avallare il concetto che il lavoro creativo va sottopagato solo perché non è capito!

  15. Ciao Riccardo!
    Ti racconto la mia esperienza, in breve (almeno spero)!
    22 anni, una città che è distante anni luce dall’essere capace di comprendere cosa siano i lavori creativi, dal capire che aspirare ad essere “webwriter” (ma webwriter non lo conoscono nemmeno come termine) non vuol dire fare qualcosa “si va beh ma che lo chiami pure lavoro questo?!?”, e tutti gli altri stereotipi che girano nelle “piccole” città. La cosa più brutta che mi sia capitata lungo il mio percorso è però essere stata attaccata da una mia coetanea; non giustifico ma posso capire l’ottusità degli adulti, per alcuni il web è l’ET di turno, ma no, non giustifico l’ottusità di un giovane. Questa mia coetanea mi ha detto che il Marketing in Italia è superfluo (non sapendomi definire il marketing ovviamente) e che di conseguenza anche intestardirsi a volerlo studiare era altrettanto da pazzi. Alla fine mi ha inoltre detto “se così non ti va bene vai via dall’Italia, in Italia funzionano altre cose”. Ecco, io questo non lo ammetto da un ragazzo, un ragazzo che dovrebbe volere di più da se stesso (studiare per se stesso, per aprirsi la mente, per fare del suo sogno un obiettivo realizzabile) e non intestardirsi a studiare prima e a fare dopo quello che non gli piace solo perché così si sarà garantito un “lavoro”. Non ammetto e non giustifico chi rimane chiuso in uno stereotipo, perché l’essere creativo può appartenere a qualsiasi lavoro, essere spinti da qualcosa di innato vuol dire approcciarsi in modo diverso a qualsiasi “mestiere” secondo me, che si sia avvocati, ingegneri o chiunque.
    Da quel giorno ho deciso di lottare con ancora più determinazione, sia chiaro, a discapito di tutto quelli che mi considerano “folle”, che per me è uno dei complimenti più belli potessero farmi.

  16. Questo pomeriggio ho avuto il piacere di porre una domanda a Giuseppe Lippi, curatore della collana Urania di Mondadori, ben nota da più di 60 anni agli appassionati di fantascienza in Italia, in occasione di una conferenza organizzata dall’Università dell’Insubria di Varese. Dopo aver infatti spiegato ai partecipanti la sua esperienza nel campo dell’editoria, nella quale ha ricoperto molti ruoli, passando dal “fact totum” per piccole realtà editoriali, al traduttore, infine al consigliere e al curatore. Gli ho chiesto se avesse sentito parlare di questa campagna di sensibilizzazione del lavoro creativo dal titolo provocatorio #coglioneNo. Inizialmente si è mostrato riluttante. Ha detto che non bisogna inseguire la chimera del lavoro creativo. Che bisogna sapersi adattare alle circostanze. Poi gli ho fatto notare che la sua esperienza professionale contraddiceva le sue stesse parole. Che in realtà lui fosse un creativo, e che il suo percorso professionale, niente affatto lineare, è stato segnato da scelte dettate più che altro dal cuore che dal portafogli. Che ha creduto in sé, anche quando gli altri non ci credevano più. Che ha rifiutato lavori dal guadagno certo, come un posto da impiegato in banca, per dedicarsi alla sua passione per l’editoria e la fantascienza. Che ha dovuto sopportare pressioni familiari. Che alla fine ha seguito il suo cuore e ce l’ha fatta. Ho detto: ma allora lei è un creativo! E questo punto ha riconosciuto di esserlo e di essere anche a favore della categoria. #coglioneNo Giuseppe Lippi è con noi!

  17. Purtroppo nei piccoli centri c’è una sorta di impermeabilità naturale verso le innovazioni “intangibili” , come è stato già scritto – non essendoci un qualcosa di palpabile c’è una sorta di diffidenza generale e credo che le professioni creative lato web, non avendo lo stesso storico di altri “mestieri di concetto” come l’avvocato o il notaio, ancora devono guadagnarsi la fiducia dell’utente tipo italiano.

    Certo è triste che siano nostri coetanei a ritenere il Marketing come paccottiglia d’Oltreoceano, passi mia madre che ha la mentalità da paese e si vergogna a dire Marketing perché se pensa che faccio tipo Wanna Marchi (immaginati tipo una Marge Simpson ancora più “caspiterina” per ogni cosa), ma un 22 inizia a dare la sensazione che se bisogna appoggiarsi alle nuove generazioni, si rischia di essere un filo fottuti.

    Citando un mio ex collega: “come cavolo è possibile questo? I creativi sono riconosciuti all’estero meglio che da noi, quando noi avevamo Leonardo e Michelangelo e loro stavano ancora a fare i cappelli di pelliccia di castoro”.

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