30

Quotidiani online: perché sono poco (ma davvero poco) social?

174 Flares 174 Flares ×
Tweet about this on Twitter70Share on LinkedIn5Share on Google+66Email this to someone

Sono d’accordo: non è semplice gestire numeri ciclopici come quelli registrati dai quotidiani online nazionali. E non tutte le realtà sono da buttare. Però io non capisco alcune scelte.

quotidiani online

Ma chi ha lanciato quel tweet? – Fonte

Non le capisco perché a volte basterebbe poco. Sul serio. I quotidiani online scivolano sulle banalità dei social, sulle pratiche più semplici che puoi colmare con poche ore di buona formazione.

Vuoi qualche esempio?

Video embedded

Punto numero uno: perché i quotidiani online scaricano i video da Youtube, li caricano sulla propria piattaforma e bypassano il classico embedded? Per inserire le pubblicità?

Forse ignoro qualche passaggio (sei a conoscenza di dettagli che non ho elencato lascialo? Lasciali nei commenti) ma io credo che questo sia un modo sbagliato per sfruttare la forza del web.

Ma soprattutto in questo modo non i quotidiani online danno il giusto riferimento all’autore. Guarda questo esempio preso da Repubblica: citano un video preso da Mashable, pubblicato su Youtube, ma il video è stato estrapolato dalla piattaforma social.

No link

Altro problema dei quotidiani online? Non inseriscono un link in uscita neanche sotto tortura. Riprendi come esempio il video citato sopra: nella descrizione c’è il link all’articolo originale?

Ovviamente no. Perché?

Per cattiveria? Perché non vogliono avvantaggiare il concorrente? Per qualche strana teoria SEO? Per semplice ignoranza? Forse perché non capiscono il valore profondo di un link, di un collegamento capace di arricchire un testo e dare valore aggiunto. Il lettore ha bisogno di link.

link

Forse  nella sezione Tecnologia di Repubblica puoi trovare un uso raffinato del link. Forse. E infatti se vai nell’articolo dedicato ai droni solari di Facebook puoi trovare una citazione a Techcrunch.

Citazione, non link. “Secondo il blog specializzato in tecnologia TechCrunch”. Questo è il modo di fare comunicazione? Questo è il modo di rispettare il lavoro dei colleghi?

 Commenti

La mia idea (e non solo mia): i commenti sono un patrimonio per chi crea contenuti e devono essere agevolati in tutti i modo possibili. Niente autenticazioni e strada spianata a chi commenta.

Cosa fanno i quotidiani? Ti costringono a iscriverti alla piattaforma. Il Corriere richiede la tua presenza nell’archivio, La Repubblica ti permette di scegliere anche l’identificazione social (meglio).

corriere

Passaparola? Passiamo avanti.

Forse è l’unica soluzione possibile? Il Fatto Quotidiano usa con gran successo la piattaforma Disqus, ben nota ai blogger. Certo, anche questa ha dei vincoli ma è sicuramente più friendly.

Io preferisco la soluzione libera, senza barriere. Non voglio frammentare le conversazioni.

Inoltre il Corriere della Sera ha messo online la nuova versione del quotidiano, incentrato soprattutto sulla parte visual. La home page ha riscontrato diversi problemi e i dati Audiweb mostrano un tragico calo delle pagine viste.

Social (Twitter nello specifico)

Impossibile affrontare l’argomento social/quotidiani in questa sede. Sul serio. Si potrebbe pubblicare un libro dedicato a questo tema. Ma voglio citare l’esempio che mi ha suggerito Valìjolie.

Il Messaggero ha farcito il proprio tweet con una quantità imbarazzante di hashtag. Voglio dire: ma sai qual è il concetto che si nasconde dietro la parola hashtag? No? Bene, allora non devi gestire l’account Twitter di un quotidiano nazionale.

Consiglio a tutti i responsabili di questi account social la mia piccola guida agli hashtag di Twitter.

Perché i quotidiani online sono poco social?

Ti lascio la mia idea: i quotidiani online non sono interessati a un approccio social (e non solo alla presenza sui social) perché sono ancora governati da vecchie logiche legate ai mass media.

Il social web comporta una conversazione, un continuo rimando tra gli attori della comunicazione. Sui quotidiani online non c’è spazio per questi principi, non c’è interesse. Non c’è desiderio.

Il flusso delle informazioni è unidirezionale. Forse questo è il frutto di una vanagloria che i quotidiani si attribuiscono, e che si legano alla spocchia del glorioso mass media ormai decaduto.

Sintetizzo questo atteggiamento grazie al Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo”. È veramente questa la lettura del web dei giornali che affrontano le maglie del web?

Secondo te, invece?

Perché i quotidiani online non migliorano l’approccio al social web? Perché non confezionano articoli seguendo una strategia efficace ma si limitano a fare il copia/incolla dalla versione cartacea?

Aspetto il tuo parere nei commenti!

libro blogging

Riccardo Esposito

Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

30 Comments

  1. Io non li sopporto i giornali online proprio per questi motivi. Ma sono anni che vanno avanti così.

    I link non sono inseriti per due motivi, secondo me:
    1- vogliono farti restare dentro il loro sito, così aumenta la possibilità che clicchi su qualche pubblicità.
    2- non vogliono passare “link juice” e quindi pagerank.

    Hai detto bene: sono vecchi, come mentalità e approccio al web.

    • Magari far restare una persona sul sito perché ci sono contenuti di gran qualità? Sul serio, alcuni quotidiani sono scandalosi: hanno una impostazione vecchia.

      Guarda questo articolo del Washington post. Trovi immagini di qualità con didascalie, video Youtube, link ad altri quotidiani, un box autore chiaro…

      • Ho forti dubbi che i nostri quotidiani vogliano far restare il lettore per fargli leggere contenuti di qualità 😀

        Bello l’articolo del WP: è così che si dovrebbe fare. Forse fra il tuo post e quello del WP mi hai dato un’ennesima idea per un post 😉
        Ci rifletto su.

        • Allora ti lascio un altro esempio virtuoso: la CNN inserisce anche le informazioni economiche delle aziende citate nell’articolo!

          • Grazie 🙂
            Il post esce mercoledì prossimo. Ovviamente ti cito, ma questo già lo sai, io non sono un quotidiano italiano 😀

  2. A proposito di social & quotidiani, segnalo l’ottimo lavoro che Pier Luca Santoro, noto @pedroelrey, sta facendo a La Stampa in qualità di social media editor: per la prima volta le persone su Facebook vedono risposte “ufficiali” ai propri commenti… E si sconvolgono 🙂 (in senso positivo!). Tanto si può fare ancora, ma la mentalità old school è dura a morire.

    • Sì, le risposte sono ufficiali e non automatizzate. Una buona cosa.

      Pubblicazione di La Stampa.
  3. Indubbiamente i giornalisti italiani, specie quelli provenienti dalla vecchia scuola, hanno fatto e fanno una fatica incredibile ad aggiornarsi e stare al passo coi tempi del web. Il triste risultato sono i punti che hai elencato nell’articolo. Tuttavia sono scettico sull’opportunità di far commentare gli articoli dei giornali on line sempre e comunque: spesse volte il risultato è una sfilza disordinata e incomprensibile di interventi privi di competenza e senso della misura. A volte adottare una logica unidirezionale non è un’idea così malvagia.

      • Caro Andrea, il punto credo sia proprio questo: assumere blogger e imparare qualcosa da loro implica un’umiltà, un’apertura mentale e una flessibilità che tanti giornalisti della vecchia guardia non hanno e non vorranno avere mai.

  4. Dinosauri che non si adattano al nuovo habitat.

    Vecchi quotidiani che hanno aperto un sito web, scopiazzando notizie e idee, ma che continuano a ragionare come facevano con il cartaceo. E’ per questo che preferisco leggere alcuni blog che certe riviste patinate.

    Come dici giustamente te basterebbero poche ore di buona formazione.

  5. Ciao Riccardo, sui link in uscita non forniti per me ci sono diverse situazioni in ballo, da un lato c’è una visione editoriale un po’ “tradizionalista” (nel senso che temono la “fuga di lettori” dirottandoli sulla “concorrenza”), dall’altro probabilmente c’è un po’ di malafede (citare la fonte è considerato tempo perso, chissà perchè) unita a puro “disagio tecnologico” del non saper usar un editor HTML.

    Se quest’ultimo aspetto è modificabile più o meno con un’ora di formazione, il secondo ed il primo sono davvero “die hard” e confermano un certo livello di tensione e di concorrenza tra blogosfera e quotidiani. Le redazioni giornalistiche (o chi per loro) sanno bene che ci sono blog più letti di loro per cui, alla meglio, cercando di non facilitarne l’operato.

    Di contro i blogger continuano – giustamente – a linkare quotidiani come se nulla fosse, si crea insomma l'”effetto Wikipedia” (tutti la linkano anche se molte pagine sono di qualità scarsissima, di contro se inserisci un link sensato da un wiki viene moderato e, spesso, rimosso arbitrariamente).

    Sull’essere “poco social” secondo me è solo una questione di “moneta”: avere qualcuno che gestisca gli account Facebook/Twitter è un costo, ed i social sono ancora considerati dei giocattoli. Per loro non ne vale la pena, anche perchè è già difficile gestire il flusso di notizie e pubblicarne di continuo.

    Il fatto di obbligare l’utente ad iscriversi al sito, infine, per me è una scelta totalmente illogica sia dal punto di vista tecnologico (includere i commenti alla Disqus è questione di pochi click su qualsiasi CMS) che da quello del “buzz”: molta gente non si registrerà mai, il rimbalzo aumenterà e molti utenti continueranno a registrarsi con email farlocche per fare flame.

    • Ok, però questo effetto Wikipedia puzza non poco.

      Inserire link di qualità è una buona pratica agli occhi di Google. Se la fonte è pertinente, contestualizzata, capace di arricchiere il contenuto… almeno così sapevo.

      Mi sbaglio?

      • Dovrebbe essere così, del resto anche solo un’analisi del web (tralasciando tematiche prettamente SEO) lo suggeriscono: più interconnetti la rete, meglio è. Più citi fonti autorevoli, meglio sei “visto” (anche nella vita di ogni giorno è così, alla fine). Ma è chiaro che quando ti ritrovi tuo malgrado in un ecosistema che non conosci abbastanza, il rischio è quello di sbagliare pubblicamente.

        A proposito di gestione maldestra dei social sui quotidiani, comunque, riporto il caso degli “hacker molto abili con Photoshop” che mi permetto di segnalare giusto per sorridere due minuti 🙂 http://attivissimo.blogspot.it/2013/12/la-voce-ditalia-e-il-coccodrillo-di.html

        • Forse un motivo di questo comportamento dei giornali potrebbe essere che non è Google la fonte delle loro visite e che quindi possono evitarsi il lavoro che serve per farsi indicizzare bene.

          Forse i loro lettori semplicemente digitano sul browser la url del giornale, danno uno sguardo alle novità e poi leggono gli articoli che sembrano interessanti (e guardano le donne nude su Repubblica).

          E poi, naturalmente, conta anche l’immancabile voglia di mangiare al ristorante senza pagare il conto: “ho preso le informazioni dal tuo blog? e perché dovrei mettere il link, chi ti credi di essere? sono informazioni che ho trovato sulla rete, sono gratis.”

          Poi un giorno sì e l’altro pure scrivono un articolo su “internet che sta distruggendo il giornalismo perché tutti copiano”. Sì, tutti copiano, e i giornalisti si sono già adeguati bene all’andazzo 🙂

  6. Questi quotidiani sono veramente scandalosi, per fortuna che ci sono fonti di informazione validi.

  7. Ciao Riccardo,

    Forse ci siamo dimenticati un punto fondamentale, o magari me lo sono perso. I giornali di questo tipo prendono finanziamenti pubblici per vivere, più la pubblicità delle multinazionali degli stessi circuiti. Per cui se ne fregano delle logiche dei blog per fare traffico o sopravvivere, anzi, cercano di avere meno problemi possibili e continuare a vivere con i soldi dello Stato. Se tu prendessi 1 milione di euro all’anno per 2 pagine pubblicate te li faresti questi problemi? Figurati gli altri giornali più grandi 😉

    Infatti, l’unico che hai citato e che non prende finanziamenti, usa una piattaforma social.

    Metti questo come punto nelle tue riflessioni e poi forse si capisce qualcosa in più. Imho

    • Forse è proprio questo il punto: viviamo in un paese dove c’è solo interesse per intascare e andare avanti. Anche la comunicazione social si riduce a questo.

      Ma come la risolviamo? Io non vedo vie d’uscita…

      • Mah, infatti attualmente sembra che non ci siano vie d’uscita. Il problema è la bilancia, e sembra che ci siano ancora troppe persone addormentate o che preferiscano andare avanti in questo modo. Fino a quando non ci sarà un congruente numero di persone che vorranno veramente cambiare, anche agendo individualmente in tal senso, e spostare la bilancia da un’altra parte, non ci sarà alcuna speranza di miglioramento. E ci toccherà soffrire in questa apatia medievale.

  8. Ciao Riccardo,
    ho seguito – non senza fatica – la notte degli Oscar in diretta TV e su Twitter. Più e più volte sono incappata in tweet della redazione di Io Donna: una cosa raccapricciante a tal punto da portarmi a pensare che l’account fosse un face.
    Ed invece.

    (ho fatto lo screen di uno dei tweet, che dici, posso embeddarlo qui, così ci facciamo due risate?)

      • Taaac!

        Magra consolazione: poco dopo il tweet è stato eliminato.

  9. La risposta alla tua domanda, seppur banale, è semplice: i quotidiani che citi, fatta eccezione per il Fatto, non hanno in organico le competenze per capire e gestire l’avvento del social, il suo valore ed il ritorno economico che se ne potrebbe generare.

    Se vai su LinkedIn a vedere da quanto tempo lavorano le persone per Rcs o via dicendo ti accorgi che sono lì da decenni.

    Cambiano i top manager ma non cambiano i middle. Prevale quindi una visione ormai obsoleta dove il link verso l’esterno non è concepibile in quanto strumento del demonio che fa abbandonare il sito all’utente.

    Il nuovo top manager, giustamente, realizza poi le community interne ma le devo far gestire a quelli di cui sopra ed il risultato è quello che hai ben descritto nel tuo post. My2cents

    • Ciao Stefano, a proposito di link…

      Stavo cercando le fonti per terminare il mio ultimo post – http://bit.ly/facebook-fascino – e mi sono imbattuto in questo articolo de la Repubblica – http://bit.ly/1d0WxuY – in cui vengono elencati alcuni dati relativi a Facebook. Estrapolo:

      “Questi i dati riportati da Techinfographics.com, sito specializzato in infografiche nel settore digitale, che ha realizzato una mappa numerica per tracciare il fenomeno social network raccogliendo e unendo le informazioni rilevate su Socialmedia Today, Statistic Brain, TechCrunch, The Statistics Portal, JeffBullas. “

      Sai cosa? Non è stato messo un solo link. Niente. Hanno usato decine di percentuali per costruire un articolo. Ma non è stato messo un solo link alla fonte. Cosa che invece ha fatto Techinfographics – http://bit.ly/1d0WTSf.

      Ecco, questo è il giornalismo online che ci meritiamo: un giornalismo capace solo di rubare informazioni, di sfruttare il lavoro altrui.

  10. Ciao Riccardo,

    trovo il tuo articolo interessantissimo, in particolare, la parte che tratta dei commenti su un quotidiano online, ha fatto nascere nella mia testa diverse riflessioni.

    Ho da poco registrato una rivista online, si tratta di un trimestrale che si occupa di musica jazz e relativa didattica, quindi per sua natura, almeno nel nostro paese, si rivolge ad un’audience molto limitata e specifica. La rivista (multi-autore naturalmente) è nata da un precedente blog personale che avevo sugli stessi argomenti e al tempo avevo implementato anche io un sistema di commenti aperto e immediato.

    Il risultato? Un numero indescrivibile di interventi di varia natura, spesso con email fasulle, che andavano dallo spam ai flames alle offese agli autori di altri commenti o a me stesso. Alla fine avevo tanti commenti, di pessima qualità, e pochissimi lettori “identificabili”. Nel momento in cui sono passato alla rivista online una delle prime cose che ho deciso è stata perciò la registrazione obbligatoria con tanto di link di attivazione via email.

    Per quanto riguarda invece i plugin social, come Facebook Comments, Share, Like, etc. e analoghi di Google+ e altri social, li ho sempre esclusi dopo averli usati per un po’ in conseguenza della loro poca flessibilità nell’adattarsi allo stile (in termini di design e funzionalità) del mio sito (cosa importante se vuoi creare una rivista che sembri tale e non un blog standard di WordPress) per non parlare poi dei bug non rari che ti sputtanano la pagina in modo orrendo.

    Pur riconoscendo un’utilità enorme a questi plugin (compreso il sistema standard di commenti di WordPress) ho optato per una lenta (sono solo!) programmazione a livello di codice per la loro implementazione. Addirittura ho deciso di eliminare anche Google AdSense, rinunciando ai pochi spiccioli che mi fruttava, per i contenuti pubblicitari che non erano nemmeno lontanamente correlati ai contenuti del blog.

    Credo quindi che sia importantissimo ciò che dici nel tuo articolo a proposito dei quotidiani online, tuttavia quando si hanno esigenze di “brandizzazione” (non so se il termine è corretto) del proprio sito, qualcosa deve essere sacrificato o rifatto ex-novo.

  11. Ciao Riccardo, questo tuo post ha colto in pieno le logiche interne (e sbagliate) dei quotidiani online.
    Siamo nel 2014, nell’era delle conversazioni e sembra che gran parte di loro continui ad aggrapparsi a quella “teoria del proiettile magico” che sa di millennio scorso: nessun dialogo, nessuna interazione (i lunghi iter per lasciare un commento la dicono lunga…), nessun desiderio a coinvolgere il lettore.
    Per non parlare della mancanza di interesse nell’aggiornare le proprie competenze, i propri mezzi, limitandosi così a rendere digitale quell’impolverato megafono, simbolo della comunicazione unidirezionale.
    Manca il rispetto per il lettore e per gli autori degli articoli citati (ma senza link), manca uno sguardo sul presente e il futuro, ma soprattutto manca la competenza (anche se di ragazzi validi e disoccupati l’Italia è piena).
    Un altro recente fail sui social che mi ha fatto pensare è stato quello di Corriere.it, durante la finale di Sanremo: il loro imbarazzante tentativo di rimediare all’errore commesso (l’annuncio su Twitter del vincitore, molto prima della proclamazione) attraverso cancellazioni di messaggi incriminati e pubblicazioni schizofreniche di tweet a poca distanza l’uno dall’altra, fa capire come troppo spesso i social vengano considerati qualcosa da affidare all’ultimo arrivato e “chi se ne frega di cosa sa fare, tanto non ci vuole niente a stare su Facebook”
    Finché non vedremo estirpata questa mentalità, così radicata nel Paese, la vedo veramente dura…anche per i giornali online…

    • In realtà non sono quotidiani online. Sono giornali cartacei portati sul web con il copia/incolla.

      Niente di più, niente di meno.

  12. Magari se i giornali online fossero solo un copia-incolla di quelli cartacei! Ora sono strapieni di foto, video ed immagini con pochissimo testo. Io preferisco leggere un giornale che guardarlo e lamento la perdita dell’abilità di produrre articoli di spessore e capisco che riempire uno spazio con foto sia più facile ed economico per il giornale.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *