Come si usa il plurale delle parole inglesi in italiano

Una delle curiosità della nostra attività di web writer: quando si mette il plurale delle parole inglesi in italiano? Ma si usa? Ecco una regola da osservare per evitare brutte figure con i clienti.

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Un lettore mi ha fatto notare l’uso spropositato di parole inglesi su My Social Web. Ma siamo davvero sicuri che sia necessario usarli tutti  questi termini? E soprattutto, come si usa il plurale delle parole inglesi in italiano? Il rischio di sbagliare c’è.

plurale delle parole inglesi in italiano
Lavoriamo al meglio con le parole inglesi.

Non credo di aver abusato con i forestierismi. Ma usare parole straniere nel testo non vuol dire sentirsi liberi di sbagliare. Ecco perché credo sia giusto dare una risposta chiara: i termini in inglese, in generale i forestierismi, seguono il plurale della frase?

Le parole inglesi vanno declinate al plurale?

No. La regola base è questa. Il plurale delle parole inglesi in italiano non viene applicato secondo le regole della scrittura anglosassone.

Quindi non si mette la -s alla fine della parola e il motivo è semplice: è una regola che non appartiene alla grammatica italiana. E dato che stai scrivendo seguendo le sue regole devi rispettarla. Quindi, giusto per essere chiari, si scriverà i bar e non i bars. Le parole straniere che sono entrate nella lingua italiana sono tante, ma il rispetto delle regole è centrale per un web writer.

Da leggere: come usare le parole inglesi nel testo italiano

Ci sono delle eccezioni a questa regola?

Certo, ci sono dei casi in cui le parole inglesi vengano riportate con la -s del plurale. Ad esempio quando sono entrate nell’uso comune della nostra lingua direttamente con questa formula (ad esempio jeans). Oppure nel momento in cui prelevi un testo da un documento e lo riporti per intero come citazione.

In questo caso, per completezza e correttezza, riporti la stringa come è stata scritta. Quindi rispettando tutte le norme della grammatica italiana. Per enfatizzare il fatto che si tratti di una parola straniera non c’è bisogno di declinarla al plurale: basta usare il corsivo. Uno spiraglio viene lasciato dalla fonte autorevole per eccellenza:

Si tratta quindi di considerare, di volta in volta, se il forestierismo che intendiamo utilizzare sia acquisito stabilmente e da tempo nell’italiano e in questo caso possiamo lasciarlo invariato, o se invece sia un neologismo recente o un termine fortemente specialistico e allora è consigliabile utilizzare il plurale della lingua d’origine.Accademia della Crusca

In ogni caso le possibilità sono rare e senza una valida definizione. Quindi, per non sbagliare mai puoi serenamente evitare il plurale delle parole inglesi in italiano.

Corsivo per le parole in inglese: quando?

Se la parola è entrata nell’uso comune (tip web marketing) è inutile mettere il corsivo. E assolutamente vietato usare il plurale mettendo la -s o peggio ancora usando sostantivi irregolari. Se il termine è specifico e raro puoi enfatizzarlo con il corsivo. Ma non tra virgolette, non è necessario questo elemento grafico.

Come si comporta l’articolo con il plurale?

La regola prevede che l’articolo si relazioni con la parola seguendo le regole della grammatica italiana. Quindi lo puoi declinare in base alla quantità o al genere che acquista all’interno della frase. Quindi il plurale non si mette alla parola straniera.

parole inglesi - dizionario
Affrontiamo la scrittura delle parole inglesi.

Ma all’articolo sì, c’è una variazione in questo senso. Ad esempio: il marketer e i marketer, il leader e i leader. Poi, cambiando genere, abbiamo la spending review e le spending review per intendere l’esame dello Stato volto a ridurre le spese.

Da leggere: come si traduce una pagina web

Tu come usi i termini inglesi in italiano?

In realtà questa domanda non ha motivo di esistere: non c’è un modo diverso da un altro di usare il Plurale delle parole inglesi in italiano. In ogni caso mi fa piacere affrontare l’argomento con te: sei in linea con queste regole della buona scrittura?

12 COMMENTI

  1. Premesso che “il lettore criticone” sono io (per chi non lo sapesse!), concordo su quanto scrivi nell’articolo. Fuorché per questa frase, che mi lascia perplesso:

    > Perché ho specificato il nome del blog? Semplicemente perché qui ho ben presente
    > il lettore medio. Modello la scrittura pensando a chi dovrà leggere l’articolo.

    Uhm… sono curioso: come riesci ad averlo “ben presente”?
    Io conosco poco questo mondo (il mondo di portali come questo), però per lavoro di occupo di gestione qualità. E una cosa l’ho imparata bene: le nostre aziende sono sempre sicurissime di conoscere il cliente, reale o potenziale che sia… ma questa convinzione è tanto profondamente radicata, quanto profondamente basata sul nulla (cioè solo su sensazioni “di pancia”, oppure dati oggettivi male interpretati).
    Poi sul concetto di “media” varrebbe la pena aprire una lunga parentesi (vedi Nassim Taleb e il suo cigno nero), però mi domando: Il nostro “cliente medio” è quello che commenta sui nostri blog? E’ colui che partecipa? Colui che ci fa il retweet? Colui che interagisce con noi sui social?
    Se le nostre convinzioni derivano da questi “dati”, secondo me sono un po’ traballanti.
    Tanto per dire: una di quelle famose ed errate certezze aziendali cui facevo riferimento prima, è che i clienti si esprimono sempre. Che, ad esempio, reclamano sempre… quindi vale l’equazione “se non ho reclami, sono soddisfatti”. Non è affatto vero! C’è chi passa silenziosamente alla concorrenza senza mai darsi la briga di reclamare… e non è mai una minoranza trascurabile.
    Mi figuro che sul web sia lo stesso, se non peggio.
    E se un tuo potenziale cliente fosse una persona qualunque come me, che magari ti segue su twitter perché hai pubblicato una bella frase, poi fa clic su un tuo link e resta frastornato da tanti termini in inglese? Mica detto te lo venga a dire…
    Intendiamoci: non voglio insegnare niente a nessuno. Ribadisco di conoscere poco questo mondo. Magari in questo mondo “la forma è sostanza” e l’uso di tanto inglese è necessario.
    Però penso che qualunque elemento di “complicazione comunicativa” non sia mai di giovamento… dato che non si può sempre sapere chi sta leggendo.
    Vale per l’inglese, e per tante altre cose… come ad esempio la prolissità, e qui faccio autocritica per questo commento! 😉

    • Ciao Nicola, piacere di riaverti qui. In primo luogo non ti considero critiche ma solo curioso. Ed è un bene.

      Anche io punto alla chiarezza. E dopo cinque anni di blogging, di giornate passate tra social e comunità, posso dire che conosco i miei lettori. E so anche che non posso scrivere per tutti. Ho deciso di rivolgermi a un pubblico istruito e uso termini tecnici. Chi non li conosce… Ehi, c’è sempre qualcosa da imparare. E poi ha Google a disposizione.

      Non è poca attenzione nei confronti del target: è selezione. Non posso specificare il significato di marketing i di SEO a ogni articolo, non credi?

  2. Grazie per avermi dato la traduzione di spending review…

    Io odio l’abuso degli inglesismi. Competitor e skill proprio le odio. Ma tante altre, anche, come device, heading, selfie, e chissà quante altre.

    Il problema è che con questo abuso stanno rovinando la nostra lingua, che per me, a dispetto di quanto dicano molti, è molto più ricca dell’inglese.

  3. Mah, quando utilizzo una marea di parole inglesi per lavoro mi faccio ridere, però intanto c’è un motivo seo (ne ho un po’ parlato anche oggi sul mio blog: se il target parla in un modo, tu devi farti trovare con quelle parole chiave…), e secondo, sappiamo che l’inglese è una lingua più diretta e più pulita dell’italiano. In certi ambiti utilizzare parole inglesi non è darsi un tono, ma è parlare linguaggio tecnico, corretto, comprensibile agli addetti ai lavori.
    Tradurre non ha sempre senso: è come quando traduci la poesia, storpiandola, perdendo la musicalità originale, e forse anche un po’ di senso.

    • Neanche bisogna esagerare con la purezza della lingua: marketing sarebbe ridicolo in italiano. Lo stesso vale per tanti altri termini. C’è bisogno di equilibrio, ecco. Che è la cosa più difficile da ottenere.

  4. A volte la traduzione è improponibile. Basta dosarle con cura per rendere il testo scorrevole. Quello che, invece, si dovrebbe evitare è il voler rendere a tutti i costi in italiano una parola straniera quando esiste una sua traduzione.
    Faccio un esempio con la parola che odio di più: “customizzare” da “to customize” una parola orribile all’udito, oltre che alla vista. La leggo troppo spesso in molti forum e gruppi di Facebook. Se si usasse il traduttore di Google, se proprio non si vuole aprire un dizionario, si noterebbe l’esistenza di “personalizzare” che non solo ha più senso per chi non conosce l’inglese o non si occupa di sviluppo web, ma è anche piacevole. Quello che proprio non capisco è perché si senta tanto la necessità di abbruttire la nostra lingua usando come scusa che è diventata ormai di uso comune. Per me, no di certo.

    • A volte, con questi trucchi, si cerca di rendere speciale qualcosa che speciale non è. Risultato? Dimmelo tu…

  5. Ciao Riccardo,
    la lingua italiana è bella e va salvaguardata, ma alcuni termini sono praticamente intraducibili, e di uso ormai comune. Chi si occupa di marketing (a proposito, come si traduce?) immagino lo sappia bene. A volte inoltre per brevità e per un certo “non so ché” suonano anche meglio, facendo dunque maggiore presa. Come suonerebbe “personal branding” in italiano? Si può tradurre?
    Un’altra cosa: i browser (anche qui quale traduzione?) leggono codice html che utilizza termini inglesi. Se vogliamo dunque quando scriviamo in rete il nostro italiano viene già imbastardito, anche se non lo vediamo.
    Spero di essere stato utile.
    Simone

    • Ciao Simone,

      No, in realtà credo che esistano termini impossibili da tradurre. Motivo? La lingua è un codice con significati mutevoli: si interfaccia con la popolazione, ne traduce atteggiamenti e abitudini. Perché marketing non si traduce? Forse perché in Italia non abbiamo avuto lo spirito del marketing. Gli americani invece sì.

  6. Solo che spending review non è ‘taglio della spesa’, piuttosto un ‘controllo’, ‘analisi’ oppure ‘rassegna’ delle spese (le uscite pecunarie). Soprattutto i giornalisti italiani abusano spesso di parole inglesi delle quali non conoscono il vero siginificato, solo eprché ‘fa figo’.

    • Ed è proprio questo il concetto: quando usiamo un termine inglese ne adottiamo anche il significato? Per un italiano ha senso parlare di controllo della spesa quando alla fine il significato che vogliamo dare è taglio della spesa?

      Per dire: in questo caso “spending review” per me è inutile. Taglio della spesa, questo vogliamo intendere e questo vogliamo dire.

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