Fermo, non ti muovere. Questo è un articolo che prende spunto dal Morandigate ma non ho intenzione di puntare il dito verso questo o quel nome. In questa storia non c’è un colpevole. O meglio, ce ne sono tanti. Siamo tutti colpevoli. Anche io. L’editoria italiana è spacciata. E gli assassini siamo noi.

Faccio un passo indietro. Fino a 24 ore fa Gianni Morandi era l’eroe del social media marketing nostrano. Sempre limpido e brillante. “Fa tutto da solo, si vede. C’è un sapore genuino nella sua comunicazione. Non ci sono markettari e professionisti prezzolati. C’è solo e sempre Gianni”.

gianni morandi

La fiaba del cantante che non invecchia mai e scopre un nuovo modo di vivere i social: è una storia contagiosa. È puro storytelling. Tutto inizia con quella storia delle minchie di mare, ricordi? Davanti al commento piccante del fan Gianni risponde con eleganza e ironia anglosassone.

Gianni Morandi diventa il re dei community manager. Poi, la sempre vigile Selvaggia Lucarelli scopre il malfatto. Nell’account Instagram di Gianni appare una foto con didascalia sospetta: “Mettila verso le 13 o 14”. All’improvviso il cielo si oscura e suonano le trombe dell’apocalisse. Con tanto di terremoto, piaghe, locuste, Malgioglio e Platinette in prima serata.

La fine di un mito

“Gianni sei una delusione. Non sei genuino, non sei sincero”. Questo è il sentimento popolare. Un sentimento scisso, che da un lato fustiga Morandi, dall’altro crocifigge Selvaggia Lucarelli. Perché colpevole di aver infranto il sogno nazional popolare. L’uomo che andava a 100 all’ora per trovar la bimba sua in realtà è un bugiardo. Beh, non proprio. Gianni si giustifica.

[perfectpullquote align=”left” cite=”” link=”” color=”” class=”” size=””]Gianni, sei un falso. Nun te devi fa’ vede più da queste parti.[/perfectpullquote]“Anna mi ha scattato una foto, Selvaggia. Non ce la faccio a gestire tutto. Ho bisogno di una mano. Le ho girato una foto da mettere su Instagram. Siamo noi a gestire i social”. Gianni si giustifica? Qualcuno lo accusa di gestire i social attraverso un professionista o un team di professionisti. E lui si giustifica. La vittoria del cugggino, ecco cosa rappresenta questa vicenda.

La scintilla è Selvaggia, ma l’innesco arriva dalla stampa italiana. Bastano 30 secondi per far partire i primi titoli. Titoli che richiamano i mesi più duri di Mani Pulite: Gianni Morandi smascherato su Facebook, Gianni Morandi inchiodato da una foto, Gianni Morandi: mistero social.

Poi qualcuno parla anche di epic social media fail. Non è un passo falso normale: è epico. Roba da lasciare il segno negli almanacchi del giornalismo. Un altro titolo: Gianni Morandi, il mito si incrina. Lui canta per un secolo e mezzo canzoni, poi basta una didascalia su Instagram per incrinare il mito.

Per approfondire: puoi essere veramente te stesso su Facebook?

Una grande, immensa, strepitosa cagata

La verità è semplice: questa storia è una cagata pazzesca. Una grande, strepitosa, immensa cagata. Certo, hanno sbagliato didascalia. Va bene. Poi? La community è compatta, domani tutto come prima. Succede, sai? Quando il prodotto/servizio è qualitativamente ineccepibile la community ignora quello che noi, bisbetici esperti di social media, appendiamo nella bacheca degli errori.

Ma la colpa non è di Gianni che è oberato dai commenti, la colpa non è di Selvaggia che cavalca l’onda propizia, la colpa non è del passacarte che scrive i titoli dei quotidiani per pochi euro a ora.

cagata pazzesca

La colpa non è del caporedattore che fa passare questa “roba” nella home page di un giornale nazionale. La colpa non è dell’analista che deve mostrare un grafico in aumento. La colpa non è dell’editore che accetta un sistema pubblicitario che il lettore ha imparato a ignorare.

Non c’è un colpevole. Siamo tutti colpevoli. No one is innocent, così cantavano i Sex Pistols. E oggi devo dare ragione a quel simpatico gruppo di cialtroni. Se mi ritrovo una notizia vuota (una non-notizia) su un giornale nazionale e sull’ANSA la colpa è nostra. Anche mia.

Perché i contenuti nascono e si sviluppano intorno alle esigenze delle persone. Se pubblicano queste notizie c’è solo un motivo: funzionano. Permettono di ottenere i risultati necessari per andare avanti. Per aumentare il click selvaggio dell’individuo che si erge a giudice.

Il popolino giudice

Siamo tutti esperti di qualcosa, dipende dal giorno. Il popolino ama ignorare la sua condizione subalterna giudicando dall’alto del suo sgabello sgangherato il ricco, il potente, la velina, il cantante, l’opinionista, il calciatore, l’allenatore, il motociclista, il sindaco, l’assassino, il mostro, i Marò (mai dimenticarseli). Ogni giorno costruiscono un teatrino e noi siamo le marionette. Anzi, siamo peggio.

Banksy
Opera di Banksy.

Le marionette sanno di essere tali. Noi pensiamo di avere libertà di giudizio, pensiamo di essere giudici della diatriba. E che a qualcuno interessi la nostra opinione. Interessa solo per aggiustare il tiro e spingerci verso il profitto. Noi pensiamo di dare giudizi, di essere ago della bilancia. Ci pavoneggiamo se il nostro commento riceve 5, 6, 10, 1.000 like. In realtà siamo pedine di un gioco più grande.

Esiste una soluzione? Rifugiarsi su un eremo, ecco la svolta. Oppure puoi usare i mezzi di comunicazione con coscienza, pensando prima di aprire bocca e giudicare, cercando di essere empatici e non critici nei confronti delle persone. E soprattutto puoi filtrare con il buon senso le notizie della stampa italiana: scegliere le fonti è il primo passo per creare una buona dieta mediatica.

La tua opinione

Questo è il mio punto di vista sulla faccenda. Ora voglio conoscere il tuo. Sei d’accordo? Qual è la tua opinione? Non mi interessa sapere se ha ragione Gianni o Selvaggia, voglio approfondire il tema della notiziabilità. Perché siamo arrivati a questo punto? Lascia la tua idea nei commenti.

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Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

11 COMMENTI

  1. Ti ringrazio per questo articolo con il quale concordo su tutta la linea. Aggiungo anche che, pur avendo scelto le fonti – come alcune che hai citato dovrebbero essere prescelte -, non dobbiamo dimenticarci di mantenere aperta comunque la nostra mente.

  2. E’ per questo motivo che preferisco leggere i blog invece dei giornali.

    Questa storia fa molto ridere e come hai detto giustamente te la colpa è solamente nostra. La Lucarelli è brava a muovere le masse con un post, Morandi è Morandi cosa gli vuoi dire? Le “tifoserie” invece (come sempre sono pessime), ieri mi sono fatto un giro sulla pagina della Lucarelli e di Morandi e ho letto commenti che voi umani non potreste immaginarvi.

    Alla fine non ho resistito e ho lasciato anche io un commento nella pagina della Lucarelli:

    “Selvaggia scusami ma la colpa è tua, io stavo tranquillo a mangiare una marmellata biologica ascoltando i CD di Gianni Morandi e tu te ne esci con queste notizie. Ho bruciato tutti i suoi CD e poi mi dici che stai scherzando? No No Selvaggia così non si fa no no.”

    Bisognerebbe prendersi meno sul serio, specialmente sui Social, perché tanto non potrai mai uscirne vivo (cit.)

  3. Io non uso la parola “colpa” perchè ha un sapore un po’ troppo espiatorio. Hai ragione quando dici che è la società che vuole tutto questo. Chiediamoci perchè c’è bisogno, da parte di quelli che dovrebbero rappresentare l’informazione, di creare dei casi fatti di niente e di generare opinioni sul nulla totale. Per la Lucarelli non fa differenza scagliarsi contro la Cristoforetti, Morandi o il tronista di turno: tanto le parole che usa gonfiano tutto di nulla. Regalano quell’aura di insano e bastardo storytelling che divide le masse e che fa parlare. Ieri il tema era Morandi, l’altro ieri Valentino, l’altro ieri ancora c’era qualche altro nulla. Oggi quale sarà il rumour?
    Il popolo ha davvero bisogno di questo?

  4. “Danzi mai coi social nel pallido plenilunio?” (cit. Joker)

    L’unico spirito con cui ci si può approcciare alla realtà geneticamente mutata dal flusso di informazione delle reti sociali online.

    L’osservatore lolloso e godurioso: è da inizio di quest’anno (4 gennaio, morte di Pino Daniele) che mai come prima stiamo assistendo a un enorme sciampizzazione dell’opinione pubblica.

    Tempo 3-4 giorni, nuovo abbaio nel pollaio e tutti già per terra. Ora, la colpa non è dei social ma dei singoli elementi della “massa (a)critica” che prima era sconnessa e ora si ritrova potentemente allacciata. Una sorta di (de)mente collettiva.

    Yep, detto così è un discorso un po’ parruccone, ma ehi, persino la iper(de)mente dei parrucconi si è accesa e fa da contra-altare.

    Ci sono sempre due tifoserie: il popolino dalla pancia larga e il popolone dal cerebro rinchiuso in una torre d’avorio. E fanno parte dello stesso circus, per dirla con il wrestling.

    Sul ring, i vari attori di turno, consapevoli ( o meno) di interpretare un ruolo.

    Il tutto in nome di un sistema di raccolta pubblicitaria che guarda alla metrica quantitativa che qualitativa, anche perché non siamo negli States dove le “nicchie” sono a loro volta numericamente consistenti, mentre qua non reggono il gioco aritmetico.

    Come diceva Bruno Pizzul “è tutto molto bello”.

    Davvero, altro che Netflix 😀

  5. In realtà la figura di Gianni Morandi sui social è un qualcosa di stupendo, un idolo un eroe, un qualcosa alla quale non siamo più abituati, qualcuno di pacifico, sempre sorridente, insomma qualcuno da cui poter imparare qualcosa. Il problema è che oggi giorno invece di provare ad imparare da persone del genere ci si applica a cercarne i difetti perchè è più facile criticare gli altri che se stessi.

  6. È secondo me un problema di metriche. Se il successo non lo misuri nella qualità del dibattito che scatena il tuo post ma solo nel numero di mi piace, si scatena una guerra al contenuto più sensazionale, con buona pace della qualità. Secondo me la notizia ci sta, anche in prima pagina del corriere, se però è a servizio di un approfondimento, di una analisi. Se invece si limita a raccontare il fatto, diventa voyerismo spiccio.

  7. C’è un gran bisogno di genuinità, di autenticità. Di vicinanza. Ora che questa web-empatia sia artefatta non piace a nessuno saperlo. Ma la cosa riguarda, credo, la vita in generale. Puntiamo il dito senza ricordare che le medesime dinamiche le applichiamo nella vita di tutti i giorni. Se un mito crolla è perché abbiamo riposto la nostra fiducia in quel mito, con a corredo i classici prosciutti sugli occhi a doppio strato. Ora lasciarsi coinvolgere è bene, ma ricordare che siamo umani e fallibili lo è altrettanto.

  8. Buongiorno,
    c’è un grave problema generalizzato: perché avete, hanno, abbiamo un così grande bisogno di comunicare? Qui s’è perso il senso della misura e invocare il senso critico dei lettori può andare bene per il 15,8% di questi (toh, una percentuale con la virgola, espediente comunicativo).
    Secondo: va bene, ormai siamo malati di ipercomunicatività. Di chi è la colpa di questo e migliaia di altri web casini basati fondamentalmente sul nulla? Di chi dà la notizia, cioè Selvaggia Lucarelli. Seguendo questo semplice schema spesso la colpevole è lei, di casi similari. Orbene, Signora Lucarelli, visto che scrive bene scriva bene: è più facile farlo su web puttanate, lo fanno tutti, lo faccio anch’io. Si differenzi, ne ha le possibilità, e scriva senza tette, prometto che la leggerò senza pensare di guardargliele mentre lo faccio. Buona giornata a tutti.

  9. Esattamente le “tifoserie allo sbaraglio” di cui parlavo in un mio post di qualche giorno fa (riferendomi alla psicologia delle folle. Belve affamate pronte a sbranare il primo (mal)capitato di turno. E i giornali ci marciano e abbassandosi inevitabilmente abbassano il livello. Ricordo con tenerezza e un sorriso ancora un mio zio vent’anni fa che si arrabbiava contro Santoro alla TV o strepitava contro l’arbitro o il calciatore che sbagliava il rigore. Ora per tutto… C’è Twitter o Facebook. E ci si fomenta a vicenda in un gioco che prima era racchiuso tra le pareti di casa.

  10. Sarò ingenua, ma non capisco. Che male ci sarebbe, se anche Morandi avesse un social media manager e un progetto costruito “a tavolino”? E’ un personaggio pubblico, deve curare la sua immagine in modo professionale. L’importante è che questa “immagine” , sul web e sui social, sia coerente con quella che si è già coltivata negli anni, molto prima dei social. Coerente e credibile, altrimenti non funzionerebbe, altrimenti, sì, sarebbe e suonerebbe “falsa”. Il social media manager, un po’ come un pr, sarebbe un “intermediario” e non ci vedo niente di strano.

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