Quando ho letto le parole di Giuliano Poletti mi è venuto un colpo. Sul serio. Il ministro del lavoro (che non si è laureato, attenzione) ha dato spettacolo durante l’apertura di Job&Orienta di Veronafiere: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21” (Corriere della Sera).

Adesso lo massacrano, ho pensato. E così è stato. Twitter si è trasformato in una catapulta di insulti feroci, Facebook è diventato un’arena di protesta per condannare il ministro capitalista e ammazza-cultura. “Bastardi, volete mettere il bavaglio alla cultura critica”. Insomma, cose di questo tipo.

ministro poletti

Giuliano, e dai… ma non hai visto cosa è successo alla Fornero? Appena apri bocca ti massacrano. In Italia non puoi permetterti scivolate del genere. Devi pesare ogni parola. Ora ti crocifiggeranno sui social, devi solo sperare che arrivi un nuovo epic super mega fail sui social. Così la massa si distrae.

E non ti devi giustificare con me: io sono d’accordo. I voti sono inutili. Sono aria fritta.

La scuola è l’anticamera del lavoro dipendente. C’è una gerarchia da rispettare, c’è un ordine da seguire. Io vengo valutato da un’ottica parziale, e se non rispetto determinati requisiti mi rigettano. O mi etichettano con un voto basso. Se faccio un buon lavoro, invece, ottengo un voto alto.

Il voto basso viene stigmatizzato dalla società, il voto alto viene premiato.

Tutto questo mi prepara a essere un buon dipendente. Non un contestatore, un artista o un creativo. Dall’asilo fino all’università devo seguire un filo logico: c’è qualcuno che mi valuterà, e che non potrò contestare. Ben inteso, in parte è così. E Poletti ha ragione a dire che il voto è inutile. La nostra economia ha bisogno di giovani svegli e asserviti da buttare nel tritacarne del lavoro precario.

D’altro canto te la ricordi l’idea avuta da Giuliano Poletti? Stage gratuiti in azienda per impegnare i ragazzi d’estate. Giusto per abituare subito i ragazzi alla situazione: lavorare senza retribuzione è la norma, la base. Poi, se sei fortunato, ti pagheremo. Dopo tre anni di stage formativo.

Immagine drammatica, vero?

Ci sono aziende che spremono fino al midollo i neolaureati, ci sono realtà che chiedono il massimo ma danno molto. L’essere giovane è un requisito perché vogliono farti crescere in azienda, però il ministro (e anche tu in fin dei conti) si è dimenticato un dettaglio: l’importanza del percorso.

Io ho chiuso le superiori con il minimo dei voti. E mi sono laureato con il massimo. In 5 anni. Ma sai cosa ha fatto la differenza nella mia vita professionale? Tutto quello che ho vissuto oltre lo studio.

Studiare con i paraocchi è una condanna. Leggere libri su libri e vedere l’università come una corsa a ostacoli è un inferno. Durante gli anni universitari ho fatto esperienza in cattedra, sono diventato cultore della materia, ho partecipato a ricerche sul campo in Mato Grosso (Brasile) e in Giappone.

Ho studiato tanto. E ho lavorato sempre. Ho iniziato a scrivere su giornali e riviste, ho lavorato in agenzia stampa. Sai cosa? Mi sono fatto un bel mazzo a tarallo. Scienze della Comunicazione non è ingegneria, però io ho cercato di trasformare i cinque anni di studio in un laboratorio del fare.

Studio, lavoro, esperienza

Lo studio senza applicazione è inutile. Anche un accademico deve trovare uno sbocco, deve essere una persona in grado di appassionare gli alunni. Oggi l’economia gira intorno a figure precise:

  • Chi ti risolve un problema.
  • Chi ti dà valore.
  • Chi ti fa guadagnare.

Non c’è spazio per altro dal mio punto di vista. L’università dovrebbe essere un’esperienza capace di fondere studio e lavoro, e te lo dico con onesta: all’inizio l’esperienza lavorativa può essere gavetta.

Deve essere gavetta. A volte ci dimentichiamo che l’esperienza ha un valore, e lavorare vicino ad artisti del proprio campo è una fortuna. Devi essere un buon osservatore e apprendere come una spugna. Te lo dico senza peli sulla lingua: devi essere in grado di rubarti il mestiere per arrivare davanti al primo colloquio di lavoro con le idee chiare. E con un’esperienza in mano.

La tua opinione

Tutto questo non è facile, lo so. Ci sono casi particolari e come sempre le parole nette dei ministri italiani stridono con la realtà. Molte persone vorrebbero laurearsi in tempo, e non lo fanno perché hanno problemi da affrontare. O semplicemente hanno altre idee. Ma la mia idea è questa: il voto da solo è inutile. Ed è inutile anche fare le corse contro il tempo. Conta l’esperienza.

Cerca di dare il massimo. Sempre. Un voto basso non è una tragedia, un anno fuori corso è accettabile. Fare lo stretto necessario per portare a casa il pezzo di carta è un limite. Ottenere il massimo dei voti senza passione, solo perché devi farlo: anche questo è un limite.

Almeno dal mio punto di vista. Secondo te, invece? Lascia la tua opinione nei commenti.

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Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

14 COMMENTI

  1. Sì, la vedo come te.
    Siamo dentro a un sistema che segna un percorso preciso. Spesso ho sofferto questo sistema, tranne forse alle scuole medie dove sentivodi avere stimoli e libertà.
    Rivediamo la scuola e i corsi universitari? È anche un discorso politico, eh! L’istruzione pubblica viene uccisa a partire dalla metà degli anni ’90.
    Le parole del ministro risultano sbagliate per questo: da politico, la colpa è anche sua. E comunque lui non è manco laureato, mi pare di capire (!!).
    La vedo come te su tutto: andare oltre, riempire gli spazi dell’istruzione tradizionale. Si impara da lì, e poi sì che sei più o meno completo, tra le due cose! 😉

    Moz-

    • No, non credo che sia laureato. Su Twitter lo attaccano proprio per questo. Però è stato vicepresidente vicario della Federazione italiana pallamano. Insomma, tanta roba.

      Sai cosa? La gente è stanca di avere personaggi con la puzza sotto al naso che guadagnano 20.000 euro al mese dispensando pillole di saggezza. Ci sono tanti sfaticati, è vero. ma ci sono altri ragazzi che si impegnano e vengono sfruttati. A volte studiare bene, con metodo e dedizione, vuol dire anche dare meriti al nostro paese. Meglio usare le parole nel modo giusto, ecco.

      Sei d’accordo?

      • Sì, è tutto lì. Non puoi criticare un sistema che tu, da dirigente, hai contribuito a creare. E soprattutto non puoi farlo se non sei manco laureato.
        Non ne hai il diritto, è come se io mi mettessi a parlare di calcio, che non seguo e non amo e soprattutto non gioco.

        Moz-

      • Riccardo, non si tratta di pillole di saggezza. Si tratta d’altro. Ossia di intervenire nella mentalità della gente affinché cominci ad accettare alcuni provvedimenti del governo che, chi ha occhi per vedere, sono già sotto gli occhi di tutti.
        Nemmeno è importante che lui sia laureato o meno. È importante il fatto che sia ministro del lavoro. C’è un preciso disegno riformistico dietro questo genere di retorica e lo dimostra la sua seconda uscita sulla retribuzione.
        Per quanto mi riguarda, e sai bene quale orientamento politico io abbia, un uomo di governo che cena insieme a uno dei Casamonica non ha nemmeno il diritto di parlare. Figuriamoci mettersi a disquisire su come ci si debba laureare.
        Piuttosto, bisognerebbe che desse delle spiegazioni sullo stato delle università italiane, che hanno programmi obsoleti e facoltà con pochissimi iscritti ma vanno bene perché servono per assicurare la poltrona al delfino accademico di turno. Solo che non può. Dovrebbe farlo il ministro del MIUR, collega di banco e di merende nel nostro bel parlamento. E responsabile di una riforma scolastica che sta azzerando completamente la qualità culturale e formativa delle nostre scuole a colpi di tagli delle risorse.

        Per finire, e provare ad essere davvero realistici: cosa ti aspetta oggi con una laurea a 21 come a 28 anni? Uno stage mal pagato o un part time in call center a 300 euro al mese. Ma questa non è gavetta. Questo è sfruttamento e sopravvivenza.

        • Ti racconto la mia: ci sono molti che ci marciano su tutto questo. Ci sono molti che si adagiano e vogliono il lavoro in mano. Ci sono molti che perdono tempo all’università e che pensano di vivere ancora negli anni Sessanta. ora tu mi conosci, sai il mazzo a tarallo che mi faccio ogni giorno per ottenere dei frutti. Lo stesso facevo all’università.

          Lo schifo nel mondo del lavoro c’è sempre. ma oggi al consapevolezza è un’altra: sei disposto/a a fare cento volte di più rispetto al minimo sindacale? Come diceva Muhammad Ali, ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: “Non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita come un campione”. Ecco, l’allenamento è l’università, la formazione, al gavetta.

          • Sì, tutto quello che vuoi. Ma qui non è il caso del tuo discorso. E se anche lo fosse, non potrebbe certo essere un ministro del lavoro come Poletti a farsi portavoce di questioni del genere (visto il personaggio e la melma in cui è implicato).

            Il discorso su scuola, università, gavetta e lavoro è troppo complesso per essere liquidato in maniera così semplicistica. Ed è talmente complesso che solo una riforma universitaria seria potrebbe cambiare le cose. Ma dovremmo vivere in un paese lontano da nepotismi, baronaggi, corruzione et alia per poter sperare che le cose vadano diversamente da come vanno.

            Invece l’Italia è quel posto in cui un musicante pieno di soldi si permette di dire che lavorare gratis è un bene, in cui ministri e politicanti vari ti derubano del futuro, in cui un governo se ne fotte delle proteste di un’intera categoria – quella degli insegnanti – che a gran voce chiede di non distruggere quel poco di buono che il nostro modello di istruzione ancora riesce a dare.

            Tutto questo per dire che se garantissero sul serio la possibilità di fare gavetta per poter raggiungere nel tempo una posizione professionale dignitosa e stragratificante ti darei anche ragione.

            Ma qui il massimo a cui puoi aspirare è un contratto di merda offerto da gente di merda che devi ringraziare per il solo fatto di averti dato un lavoro, e per la quale ti spremi molto più che per il minimo sindacale (vuoi che ti racconti un paio di mie esperienze? Meglio lasciar perdere).

            Sui molti che ci marciano: vogliono un lavoro in mano, ma senza competenze non lo trovano. Non è un problema tuo, né mio. Ci sono molti che sono parcheggiati all’università: e l’università dovrebbe ringraziarli, visto che anche i fuori corso fanno numero. Chi pensa di vivere negli anni ’70 non lo campi tu, né lo stato, dal momento che non esiste reddito di cittadinanza. E non esiste nemmeno il sussidio di disoccupazione in questo paese, se non per alcuni. Perché se la maggior parte è costretta a lavorare con ritenuta d’acconto o in nero (e nelle aziende, ripeto: nelle aziende), una volta sbattuta fuori non può nemmeno contare su un sussidio provvisorio che gli permetta di campare.

            Ma di cosa stiamo parlando davvero?
            Ricca’, siamo su due posizioni diverse e credo che lo saremo sempre 😉

  2. Sicuramente è giusto avere una buona preparazione teorica e una pratica di vita spendibile nel mondo del lavoro.È importante sopratutto che il mondo della scuola sforni figure che possano trovare collocazione .Lavoro in ospedale da ventuno anni e vedo tanti allievi infermieri e tecnici laurearsi per poi dover emigrare verso Germania e Inghilterra impoverendo famiglie e nazione che si sono fatte carico della loro formazione.A volte gli anni che uno impiega per raggiungere un obiettivo dipendono dalla storia personale,ogni persona è bella perché è unica e va valutata la sua unicità.

  3. Post “caldissimo” 😀
    Per quanto mi riguarda, ogni risultato va visto alla luce del punto di partenza: io mi sono diplomato con il massimo dei voti al Liceo Linguistico, per poi studiare Ingegneria, uscendone con un 85/110 e nove mesi “fuoricorso”.
    Qualcuno pensa che mi sia “bruciato” e in sede di colloquio me lo fa notare, altri invece apprezzano il mio cambiamento radicale e il rischio che mi sono assunto: per quanto mi riguarda, gli anni universitari sono stati una grande palestra di vita, sono diventato più resiliente e ho potuto completare un percorso fino a quel momento quasi solo umanistico; certo, se avessi scelto facoltà più “coerenti” come Lingue o Scienze Politiche avrei avuto vita più facile, ma a Ingegneria ho trovato qualcosa di cui avevo bisogno.

  4. Ci sarebbero tante, troppe cose da dire.
    Io penso che siano stati sbagliati modi, termini – se sai che poi prendono una tua frase e la decontestualizzano, evita! – però non riesco a dare contro al ministro in toto.
    Dunque. Mi sono diplomata come perito tecnico informatico con 78, laureata 3 anni dopo sempre in informatica, in tempo, con 98. Poi ho fatto un anno di volontariato – sempre nel campo -, tornata a casa ho lavorato per 1 anno e mezzo come informatica.
    A 25 anni, quando l’azienda per cui lavoravo è andata in crisi e mi ha licenziata, mi sono ri-scritta all’università, questa volta magistrale di Scienze della Comunicazione. Dopo tre anni che non toccavo un libro, con un background abbastanza diverso, anche come approccio, un mese fa, assolutamente nei tempi, mi sono laureata con 105, che per me valeva più della lode.
    E ora, a 27 anni, cerco lavoro nell’ambito della comunicazione. Durante l’università ho fatto corsi, ho seguito in modo volontario la gestione dei canali Social pre-durante un evento nazionale per tre anni. Non è esperienza “professionale”, ma penso di avere un minimo bagaglio di aver acquisito un minimo livello di esperienza nel campo, anche perché nel frattempo non ho smesso di leggere, studiare, sperimentare.
    Poi però guardo gli annunci di lavoro e vedo proposte di stage dove cercano gente che abbia tutta una serie di OTTIME CONOSCENZE in o esperienza… per uno stage!
    Ecco. Andate a leggervi alcuni di questi annunci e poi proviamo ancora a dire che Poletti ha totalmente torto, in quello che dice 😉

    • Ecco, il volontariato ad esempio non viene quasi mai considerato come “esperienza”: eppure se ne imparano di cose!
      Speriamo che questo limite culturale venga superato da progetti come quello di cui si può leggere qui: http://www.propostalavoro.com/news/progetto-lever-volontariato-lavoro

    • Daniela, nonostante tu abbia fatto tutto nei tempi previsti, abbia anche accumulato delle esperienze, ti senti ancora di dire che non ha torto?
      Forse ti sfugge un piccolissimo dettaglio: è il ministro del lavoro. Colui che insieme ad altri decide che tu, nonostante i tuoi tempi perfetti, debba accontentarti degli stage. Magari anche retribuiti male.

      Auguri per la tua ricerca di lavoro. E spero che Poletti non attui la riforma della retribuzione che ha in mente di attuare. Perché in quel caso non ti basterà solo lavorare 8 ore: dovrai anche produrre e raggiungere risultati. Come se chi lavora non producesse già.

  5. A tutti è sfuggito il particolare che laurearsi a 21 anni è comunque impossibile dal momento che in Italia ci si diploma a 19 e i corsi di laurea di primo livello durano almeno tre anni? Non parliamo poi dei due anni in più per la laurea magistrale che il nuovo ordinamento universitario impone, per cui anche i corsi di laurea che prima duravano 4 anni ora ne prevedono 5. Ma se sono stati proprio loro ad allungare il percorso di studi delle nuove generazioni (forse per tentare di tappare la voragine della mancanza di posti di lavoro dovuta all’allungamento dell’età pensionabile?), cosa fanno ora, si lamentano? È proprio vero, Paoletti non sa di cosa sta parlando, ma quello che più mi spaventa è l’assenza di una vera e propria strategia occupazionale per i giovani. Non potranno essere tutti creativi, non potranno essere tutti ingegneri, informatici, liberi professionist etc….e non dovrebbero nemmeno essere tutti precari a vita…purtroppo chi è chiamato a trovare soluzioni per adattarsi ad un mondo che cambia proviene da esperienze personali fatte di clientelismo, raccomandazioni, favoritismi che nulla hanno a che vedere con la storia della gente “normale”.

  6. Annosa questione ragazzi.

    Come anche Riccardo afferma, è l’università che non funziona e la sua offerta formativa (laureato in economia con 93 a 25 anni e, per pagarmi gli studi, lavoravo part-time… quindi so di cosa parlo). Pardon, di una certa università, escluse rare eccezioni che economicamente non sono alla portata di tutti.

    Quindi prima esci da lì ed entri nel mondo del lavoro (mondo a cui l’università, invece di avvicinarti, ti allontana), e meglio è.

    Non pensate?
    A presto

    • La mia idea è questa: cerca di dare il massimo, cerca di finire in tempo. Ma non rinunciare all’esperienza. Voglio dire, io preferisco andare 1 anno fuori corso e vivere l’esperienza dell’Erasmus.

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