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Creare contenuti per nativi digitali: come cambiano gli input

È stato provato che gli studenti, oggi, ragionano ed elaborano informazioni in una maniera differente rispetto a chi li ha preceduti. Verosimilmente, i cervelli dei ragazzi nati negli ultimi decenni appaiono o appariranno diversi dai nostri man mano che il tempo passerà. Il motivo? Il mondo digitale.

contenuti per nativi digitali

Velocità, accesso random, azioni multitasking, grafica al posto del testo, videogiochi, web come prima risorsa informativa, mondo sempre connesso. Così si configurano gli ultimi decenni. Non ti ci trovi? Ti senti spaesato? Probabilmente – come direbbe Marc Prensky – è perché sei un immigrato.

Un immigrato digitale però. Il punto è che, a quanto pare, neanche i nativi si trovano granché bene a causa del gap tra chi produce contenuti, insegna o fa formazione e loro che usufruiscono di tutto ciò. Il problema è generazionale. Allora, come progettare i contenuti per nativi digitali?

Chi sono i nativi digitali

Il termine è stato coniato dal già citato Marc Prensky in un articolo del 2001. Lo scrittore statunitense sostiene che l’influenza dell’ondata tecnologico-digitale di fine XX secolo è stata capace di modificare il cervello umano (inteso sia come organo pensante che come materia grigia). Ma anche il relativo approccio alla conoscenza.

Quindi, i nativi digitali sono nati dalla seconda metà degli anni ’80 in poi. Più che di anagrafe, però, si parla di contesto: i nativi digitali sono i madrelingua del digitale.

“Our students today are all native speakers of the digital language of computers, video games and the Internet. Una sorta di salto evolutivo compiuto da coloro che hanno avuto la fortuna (aspetterei prima di tirare conclusioni) di crescere avendo a disposizione una serie di supporti. Parlo di dispositivi e risorse che qualcuno fino a pochi anni fa avrebbe definito diavolerie.

I nativi digitali sono geni incompresi?

Non bisogna sottostimare una cosa: nessuno ha mai detto che i nativi digitali non abbiano bisogno di una guida. Nessuno sano di mente sosterrebbe che, poiché sono nati nell’acqua, beh…Lasciamoli annegare. Aggiungo che il cosiddetto salto mi sembra abbia fatto probabilmente più danni che altro.

Forse perché balzare troppo in fretta può lasciare indietro qualcuno.  Molti degli adolescenti che conosco non sanno usare un computer come Dio comanda, non sanno muoversi con criterio tra i pericoli del web e non hanno nessuna percezione del fatto che sia spesso un megafono senza filtri. Non fanno neanche differenza tra Facebook e Google. Insomma, se continuiamo così annegheranno.

Una ricerca dell’università Bicocca di Milano – in collaborazione con Tech and Law Center incentrata sulla sicurezza digitale – ha sottolineato come, più che potenziali super-cervelli, finora pare si siano prodotti polli da batteria. Ragazzi che, inconsciamente, vivono un mondo che un mondo non è. Infatti Internet è un’infrastruttura di cui bisognerebbe conoscere almeno un po’ la composizione per sfruttarla.

E noi siamo gli immigrati digitali

Se i ragazzi sono nativi digitali, la conseguenza logica per Prensky è che noi – nel mondo digitale – siamo gli ospiti migranti/immigrati. Persone nate in un altro luogo che rincorrono il nuovo modo di parlare, che cercano di immagazzinare l’idioma per adattarsi al contesto. Con o senza successo.

Tra i migranti digitali di certo ci sono quelli che sottovalutano i cambiamenti e non agevolano il passaggio. Ma c’è tanta gente che, proprio grazie alla prospettiva dall’alto, può vantare una visione globale. Fondamentale. Qualcuno zoppica, qualcuno se la cava bene, qualcuno è secchione.

I ragazzi sono nativi digitali, noi invece siamo gli immigrati.

A qualcuno si sente l’accento. Qualcuno sta per cadere perché non ci capisce niente e vorrebbe tornare al suo paese. Con le audiocassette, i lettori cd, i floppy disk, i VHS, gli Hard Disk che contenevano veramente un disco, i giornali di carta e il telefono che telefonava. Ma le generazioni precedenti, soprattutto gli esperti del web, hanno un ruolo importante.

Ovvero comprendere come funzionano i nuovi input e mettere le proprie spalle a disposizione per sostenere il peso di un percorso da guidare. Rendersi responsabili di un’educazione digitale quasi completamente assente, almeno in Italia. Produrre nuovi contenuti per nativi digitali, tenendo ben presente che ci sono dinamiche che stimolano loro meglio di quanto facciano con noi.

I nativi digitali saranno, in futuro, molti passi avanti. Al momento, sono spesso cervelli incompresi che pochi sanno come prendere. Al proprio paese non si può tornare insomma, non converrebbe proprio.

Che intendeva dire Marc Prensky?

Il fulcro del discorso dello scrittore americano è la didattica. E, senza voler analizzare punto per punto la sua teoria, si possono sintetizzare alcuni punti fondamentali per definire il percorso da seguire:

  • Gli immigrati di cui sopra insegnano ai nativi digitali cose che non possono interiorizzare bene quanto i discenti. Bisogna adattarsi per raggiungere le nuove generazioni, pena l’efficacia sempre più scarsa dell’insegnamento stesso.
  • Il cervello umano continua a dimostrare una malleabilità di cui conosciamo poco le potenzialità. Videogiochi e computer hanno preparato le menti dei più giovani ad apprendere diversamente da noi, che siamo stati adattati più che altro alla lettura.
  • Abilità cognitive diverse – mappe mentali, origami mentali, distribuzione attenzionale e altre interessanti predisposizioni che stresserebbero la maggior parte di noi – compresi i famosi tempi di attenzione (attenzione, non reazione) vanno stimolate, quindi, in maniera adatta.

Le teorie di Marc Prensky sono state criticate più volte perché considerate semplicistiche. D’altra parte direi che – vista la nascita e lo sviluppo di discipline come la linguistica cognitiva, la psicologia sociale e in generale le neuroscienze –  la strada da seguire non può prescindere da queste direzioni.

Certo, la pedagogia non è nata oggi e deve tener presente molti fattori. Allo stesso modo sappiamo, però, che una buona fetta degli insegnanti del pianeta poteva andare in pensione anche ieri.

Creare contenuti per nativi digitali

Nuovi input sono capaci di deformare e rendere flessibile il cervello. Non semplificheremo dicendo che basta un videogame. Però non dimentichiamo quanto, ad esempio, nella Silicon Valley il lavoro pare somigli a un gioco da console. E come le neuroscienze possano essere considerate discipline giovani.

L’apprendimento è in continua evoluzione, come la nostra specie. Come i contenuti. A proposito, considerati tutti i punti appena elencati, come cambia il lavoro di chi fa content marketing?

Per approfondire: cosa è il content marketing multiformat

Come creare contenuti per nativi digitali

Quindi praticamente che bisogna fare? Bisogna che ci reinventiamo neuro-scienziati? Ovviamente no, però ormai da anni è chiaro come differenti tool e stimoli alternativi possano motivare e coinvolgere gli individui. In che modo? Al pari o meglio delle classiche lezioni, letture o tecniche di insegnamento.

Se pillole di game thinking, visual storytelling, tecniche e teoria video-ludica entrassero nel know-how di chi crea contenuti digitali e di chi si propone di insegnare? Torno momentaneamente ai videogiochi, solo perché possono essere considerati l’emblema di una serie di processi di apprendimento sottostimati. Cito un concetto tratto da due articoli scientifici (Beach e Bruner):

Il comportamento ludico avviene in condizioni libere da pressioni funzionali. L’assenza di conseguenze negative permette l’esplorazione di situazioni che potrebbero essere altrimenti considerate rischiose, e di conseguenza ignorate. Questo può condurre allo sviluppo di capacità prima inutilizzate.

Questo concetto riguarda il gioco e i processi di apprendimento – nonché di sviluppo di capacità aggiuntive – legati ad esso. I testi da cui ho estrapolato il pensiero sono vecchiotti (1945 e 1972), eppure trovo l’argomento pregnante. Adesso, però, concentriamoci sull’argomento legato ai contenuti.

Tutto un gioco: crea contenuti dinamici

La buona disposizione mentale legata alla bontà del giocare non può che influenzare positivamente l’apprendimento. Questo accade nei videogame, ad esempio. Ed ecco il primo suggerimento. Proporre contenuti dinamici come un gioco, con bivi e ostacoli, con pause, interattività, premi, livelli da scalare.

Stimolando preferibilmente l’iperconnettività multitasking del cervello di un nativo digitale. E qui siamo già al secondo consiglio. Non voglio neanche immaginare gli sviluppi che la realtà aumentata e i vari visori VR/3D potrebbero avere su una serie enorme di dinamiche, anche didattiche. Mi limito a pensare ancora ai cari vecchi computer e a qualcosa da leggere, magari leggere e guardare.

Solletica i sensi con il visual

Cos’altro accade nei videogame, sintesi perfetta (non tutti ovviamente) di un contenuto adatto ai nativi digitali? Lo stimolo visivo. O meglio, il segreto è appoggiarsi alla sfera sensoriale. Questo è ciò che bisogna fare per raggiungere una generazione che vive l’ennesima rivoluzione comunicativa.

La comunicazione digitale è breve, veloce, irregolare, spesso visuale. La fruizione dei dati e dei media è stata modificata: scorciatoia è la parola d’ordine, i contenuti visuali ci vengono incontro in questo senso. Mai pensato al fatto che WhatsApp è un’applicazione visuale e gli SMS sono testuali?

Punta sull’ipervelocità del contenuto

I nativi digitali non concepiscono l’attesa (si può ben capire perché), non la sopportano. La velocità della comunicazione si raddoppia e la gratificazione immediata – intesa come percezione, comprensione – diventa un dato importante. Quindi bisogna veicolare messaggi semplici, rapidi.

Hai pochi secondi per catturare l’attenzione. Visto che la trasmissione del sapere è affidata allo schermo, per quanto riguarda quella che alcuni chiamano intelligenza digitale, non mi sorprende l’ondata d’amore nei confronti dell’icasticità e dell’incisività di centinaia di citazioni, meme e GIF.

Insomma, tutto supportato da un apparato visual. Non si può comunicare a colpi di meme, ma credo che si sia ormai percepito il bisogno della schematicità. O meglio ancora dell’essenzialità.

Per approfondire: come creare un video efficace

Attenzione alla privacy delle persone

Il modo in cui sfumano gli spazi privati nel mondo dei social media e del web non ha prodotto utenti incapaci di proteggere i propri pensieri e i propri dati sensibili. Il punto non è questo. I nativi digitali, che vivono contestualmente il mondo digitale e quello reale, spesso scelgono spazi virtuali in cui creare il proprio angolo privato. Perché quelli reali non sembrano rispondere alle esigenze.

Quindi puntano su altri canali che si chiamano blog, profilo YouTube, pagina Facebook ma anche Instagram e Snapchat. Un diario segreto privato. Pubblico. Il fatto che sia a disposizione del pubblico non lo rende uno spazio meno intimo perché il networking e l’interazione virtuali sono parte della vita quotidiana per chi ci è sempre stato dentro. Probabilmente meno impegnativi di un faccia a faccia.

nativi digitali

L’argomento è tra i più delicati e l’alfabetizzazione alla gestione della pubblicazione del proprio mondo interiore dovrebbe essere ponderato. E condotto per mano. Quando gestisci la tua campagna di content marketing pensa a questo aspetto: quali canali scegliere e sviluppare per andare incontro al bisogno di privacy di un determinato target? Quali sono le community nelle quali si sviluppano le interazioni e che devo presidiare con i contenuti?

Noi siamo i comandanti della nave

In conclusione, io che sono un romantico presuntuoso, sono felice così. Contento di essere nato negli anni ’80 e di aver vissuto già a cavallo di due millenni e di due fasi culturali. Adoro poter comprendere la nostalgia relativa ai walkman e ai lettori CD e non sostituirei un libro di carta con un e-book. Sono fortunato perché assisto alla nascita e allo sviluppo di strumenti nuovi.

E hai la scelta. Io scelgo di usarli con criterio e traendone vantaggi. Ma ora: vogliamo pensare a questi poveri nativi digitali disorientati? Interazione e condivisione, guarda caso, dovrebbero essere secondo me alla base dell’educazione e dell’insegnamento oltre che alla base degli algoritmi dei social network. Teniamone conto la prossima volta se ci proponiamo di sviluppare contenuti per nativi digitali.

Gente del web, siamo pronti a fare da traghettatori?

libro blogging

Ciro Bocchetti

Linguista, Social Media Manager, traduttore freelance. Sono nato e vivo a Napoli, mi occupo di Digital Marketing e ho una laurea magistrale in Linguistica e traduzione con specializzazione in Inglese/Spagnolo. Mi trovi sul mio blog: www.asocialman.com.

3 Comments

  1. Grazie, ottimi spunti. Una domanda: come cambiano i contenuti digitali in relazione all’età degli utenti? Hai indicazioni di letture e studi per approfondire il tema sui bambini?

    Grazie

    • Ciao Claudia,
      premettendo che tendenzialmente per una questione statistica si parla di adolescenti, effettivamente il discorso bambini non andrebbe tralasciato. Posto il punto che la competenza “operativa” ormai si può notare anche nei bambini piccoli, ovviamente ciò che manca è la consapevolezza critica, se vogliamo definirla così. La valutazione del bombardamento di informazioni non può che essere a cura dei genitori fino a una certa età e l’esposizione a web e social (ma anche whatsapp fa la sua parte) non deve essere indiscriminata. Anche perché “un isolamento” nel digitale rischia di non avere nessun vantaggio (e il mondo digitale deve essere un vantaggio) nel momento in cui poi i bambini non sanno andare in bicicletta o allacciarsi le stringhe.
      Ti segnalo un po’ di materiali:
      • Articolo su Wired (inglese): https://www.wired.com/2012/02/curating-childrens-content/
      • Articolo sul World Economic Forum (sintetico e in inglese): https://www.weforum.org/agenda/2016/06/8-digital-skills-we-must-teach-our-children/
      • Articolo su webintesta di Floriana Giambarresi: http://www.webintesta.it/proteggere-i-bambini-da-internet/
      • Contenuti per bambini e industria tecnologica (inglese su venturebeat):http://venturebeat.com/2013/09/17/why-tech-titans-are-shying-away-from-childrens-content/
      • Articolo scientifico pediatrico “Modifying Media Content for Preschool Children: A Randomized Controlled Trial”: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3581844/

      Spero di essere stato esauriente, un saluto

  2. Grazie Ciro e scusami se ti scrivo in ritardo.
    Il problema della consapevolezza critica è forte anche negli adulti e credo sia un problema aperto…grazie anche per le letture, ti saprò dire

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