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Lavorare da casa: piccola guida per sopravvivere

Lavorare da casa vuol dire essere baciati dalla fortuna. Proprio ieri ho affrontato il tema dei luoghi comuni nel mondo del blogging e oggi inizio l’articolo con uno stereotipo difficile da snidare. Prima lo chiamavano telelavoro, oggi si tratta di smart working, ma alla fine la sostanza è la stessa.

Lavorare da casa

È passato il tempo dell’ufficio e della scrivania. L’azienda deve snellire le spese, ma al tempo stesso non può rinunciare alla forza lavoro. Una fonderia deve riunire i dipendenti in fabbrica, una web agency può sfruttare il concetto di smart working e massimizzare il rapporto spese/produttività.

Sì perché il lavorare a casa è pensato come un beneficio per tutti gli attori: evitare uno spostamento di decine (a volte centinaia) di chilometri e permettere al singolo di lavorare in un ambiente familiare vuol dire migliorare la qualità del lavoro. Questo è vero per il dipendente ma soprattutto per il freelance.

Il freelance, infatti, spesso è costretto a lavorare da casa. Per molti questa è una condizione da favola, ma il telelavoro comporta delle difficoltà che vengono ignorate da chi deve andare in ufficio ogni giorno. I vantaggi ci sono ma non mancano i lati negativi. Ecco perché hai bisogno di questa guida.

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9 luoghi comuni del blogging da smantellare immediatamente

I luoghi comuni sono spettacolari. Sono come gli squali, geneticamente perfetti. Non hanno bisogno di evolversi, possono sopravvivere al nodo del tempo per ripresentarsi all’improvviso.

Hanno un unico obiettivo: avvelenare la tua evoluzione. Il luogo comune avvilisce il tuo punto di vista. E lo fa nel modo più subdolo possibile, attraverso delle visioni semplificate della realtà.

luogo comune

Questo è il punto che devi prendere in considerazione: il mondo è ricco di biforcazioni, nicchie, cavilli. La realtà è complessa e spesso la nostra mente non è in grado di affrontarla. Non può afferrare la complessità che ci circonda. Quindi cerca delle scorciatoie mentali.

Questo avviene nel mondo del web marketing, e chi fa blogging può confermare senza indugi: i luoghi comuni avvelenano anche questo settore. Quando parli con un collega o con un cliente è facile imbattersi in uno stereotipo, in una banalizzazione della professione. Qualche esempio? Nella mia esperienza professionale ne ho ascoltati diversi: ecco una raccolta minima.

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È possibile trovare lavoro in un paese senza lavoro?

Come trovare lavoro in Italia? Sembra una sfida impossibile, vero? Ci pensavo proprio ieri, durante il Primo Maggio. Ovvero la giornata dedicata a chi guadagna la pagnotta ogni giorno.

come trovare lavoro

È impossibile trovare lavoro in un paese come il nostro, capace di tarpare le ali alle speranze di giovani? Siamo destinati al fallimento generazionale? Possiamo solo sederci sulla panchina della storia per puntare il dito contro il capitalismo, la politica, il mondo ingiusto che non dà speranze?

Sarò impopolare: non credo che sia giusto accusare i potenti. La politica ha le sue colpe, ma non è così facile. Non puoi generalizzare, siamo artefici del nostro destino.

Come trovare occupazione in Italia? In primo luogo non devi pensare che ci sia qualcuno in dovere di trovartelo, tu non ne hai diritto. O almeno non oggi, non ora. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, così dicono. Ma questo era vero qualche anno fa, quando la storia era dalla nostra parte.

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E se poi te ne penti?

Vuoi sapere cosa odio? L’indecisione. Il continuo cambiare idea. Ecco perché detesto lo shopping: tutto basato su un continuo provare e riprovare. Chi mi conosce lo sa: vedo una cosa e me la compro. Senza il passaggio del camerino. Questo porta a conseguenze disastrose per il mio look.

E se poi te ne penti?

Ma non riuscirei a fare diversamente perché odio l’indecisione. Detesto il dover riflettere ancora sui passi da compiere. Questo accade nella vita di tutti i giorni, anche nel mio lavoro. Ti faccio un esempio concreto: la scelta di una headline e del relativo argomento. Funziona? Non funziona?

Lavoro in questa direzione? E se poi nessuno lo legge? Prova. Vai. Puoi sbagliare l’articolo e ritrovarti con un pugno di visite in mano. Credi che sia successo solo a te? Capita a tutti. Questo esempio lo posso estendere a qualsiasi concetto, anche alla vera e propria entrata in scena come blogger.

Quante volte ho affrontato questo tema, quante volte ho convinto persone ad aprire un blog…

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Influencer marketing: siamo solo barboni digitali?

Ho avuto il piacere e la fortuna di incrociare l’articolo di Domenico Naso su Il Fatto Quotidiano. Il titolo: “Chi sono davvero gli influencer? Cialtroni. Di dimensioni cosmiche. Convinti di poter vivere di vuoto social, di selfie e di markette”. Toni accesi, parole forti: ok, mi piace. Inizio a leggere.

Influencer marketing: siamo solo barboni digitali?

Il primo pensiero: ok, è il classico giornalista vecchio stampo che resiste alle novità del web e critica ciò che non capisce. In realtà l’articolo de Il Fatto Quotidiano è divertente.

Un buon esercizio di stile che racconta l’insofferenza di fronte a un settore che rigetto con forza: i bimbominkia che si credono influencer perché hanno migliaia di follower su Instagram. Vuoi la mia opinione personale? Spazzatura, gente che dovrebbe andare a zappare la terra.

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