A morte le parole morte. Gioco di parole penoso, lo so.

Eppure questo è il punto chiave dell’articolo: le parole. O meglio, le parole morte.

morte

Quelle che non hanno significato, e che usi pensando di essere ancora alle elementari. A quei tempi la quantità era sinonimo di qualità, dovevi impressionare la maestra.

Oggi le cose sono cambaite. Sei un webwriter di gran caratura e devi scrivere contenuti di qualità. Senza parole inutili. Senza parole morte.

Io ho la mia lista, te la regalo:

  1. Voglio concentrarmi su un determinato numero di punti.
  2. Voglio concentrarmi su 5 punti.
  1. Siete effettivamente sicuri che questo trucco funzioni?
  2. Siete sicuri che questo trucco funzioni?
  1. Nel caso in cui dovesse arrivare…
  2. Se dovesse arrivare…
  1. Nella maggior parte dei casi io ho ragione.
  2. Di solito io ho ragione.
  1. I risultati finali
  2. I risultati…
  1. Sei veramente sicuro di quello che dici?
  2. Sei sicuro di quello che dici?
  1. Qual è la soluzione? Quella di coinvolgere tutti!
  2. La soluzione? Coinvolgere tutti!
  1. Impossibile trovare una persona con le capacità di Giovanni.
  2. Giovanni è insostituibile.
  1. Sono molto arrabbiato.
  2. Sono furioso.
  1. Sono molto felice.
  2. Sono raggiante.
  1. Sono pronto ad accettare tutte le conseguenze.
  2. Accetterò le conseguenze.
  1. Lo trovo estremamente noioso.
  2. Lo trovo noioso.
  1. Il tuo articolo è un autentico capolavoro.
  2. Il tuo articolo è un capolavoro.
  1. Dovremo accertare eventuali colpe.
  2. Dovremo accertare le colpe.
  1. Uscire fuori da questa casa.
  2. Uscire da questa casa.
  1. C’è una vista assolutamente deliziosa.
  2. C’è una vista deliziosa.
  1. Lo devi provare assolutamente.
  2. Lo devi provare.
  1. Posso dirti, con una buona dose di certezza, che domani andrò a mare.
  2. Quasi sicuramente domani andrò a mare.

Un bel po’ di avverbi, non trovi? Io ti ho dato le prime idee. Ora continua tu…

39 COMMENTI

  1. Bella lista, Riccardo!

    Mi vengono in mente:
    1. A mio modesto parere
    2. A mio avviso/Secondo me (che modesto non è mai)

    1. Ipoteticamente
    2. Per ipotesi/Supponiamo

    1. Se ho ben capito
    2. Hai capito, hai capito 🙂

  2. A morte le parole morte. Gioco di parole penoso, lo so.
    Eppure questo è il punto chiave dell’articolo: le parole. O meglio, le parole morte.

    A morte le parole morte (tautologia?) punto chiave dell’articolo.

    Le parole morte. Quelle che usavo alle elementari.
    Oggi sono un webwriter di grande caratura. Non scrivo parole morte.

    Sono un attimino divertito.

  3. Questa volta non concordo.

    Nessuna parola è inutile, soprattutto se scelta. Dipende da ciò che scrivi e da quello che devi comunicare. E dal tuo stile.
    Così come l’uso della punteggiatura. La scelta di frasi articolate in secondarie elaborate o di pensieri brevi e secchi dalla struttura pura.

    Io trovo che ogni locuzione, ogni avverbio, ogni costruzione valga e dipenda da contesto e co-testo.
    Talvolta serve l’enfasi.
    Altre pulizia. Altre ancora scaltrezza sintattica e lessicale.

    Se vogliamo chiamare in causa la semiologia, e più nello specifico la semiotica, ogni parola è un segno e come tale rinvia ad altro, che sia un significato oggettivo o più soggettivo… Un’ovvietà, me ne rendo conto.

    Ma se la tua lista fosse vera, crollerebbero in pochi istanti secoli di studi da Platone a Propp, da De Saussure a Barthes, da Greimas a Eco (per nominarne alcuni).

    Tornando al tuo post.
    Avverbi e aggettivi conferiscono per natura qualità e intensità. Sottolineano il non detto, enfatizzano sensazioni. Ci sono atti di parola che stanno dietro al significato lessicale fine a se stesso (Austin& Searle non sono da buttare…).

    Veramente o effettivamente sicuro?
    Potrebbero voler sottolineare dubbio, scetticismo o persino sarcasmo.

    Sono ‘molto’ arrabbiato non significa necessariamente ‘furioso’.
    ‘Estremamente’ noioso è molto più di noioso, così come ‘autentico’ capolavoro esprime una meraviglia più intensa.

    Lo so, una trattazione superficiale la mia e fin troppo rapida.
    Apprezzo l’idea di invitare a scrivere con attenzione e cura.
    Ma le blacklist non le condivido.
    Eccezion fatta per i veri errori: ‘Uscire fuori’ così come ‘Entrare dentro’ sono scelte quasi dialettali, hanno una connotazione specifica. Da usare con consapevolezza.

    Chiudo dicendo che io sono di parte, amo gli avverbi. Particolarmente 🙂
    a.

    • @Annaling – Ogni cosa nella nostra lingua esiste per un motivo. Lungi da me voler abbattere la varietà degli aggettivi, la forza degli avverbi, il piacere di giocare con le parole per far scattare nei cuori di chi ci legge un’emozione. Io lo dico sempre: informazione ed emozione. Se c’è bisogno di sarcasmo, ben vengano “veramente o effettivamente”: sono fondamentali. Se servono solo a riempire la pagina, invece, sono inutili.

      @Luca Boccianti – Grazie

      @Andrea – Less is more ma senza esagerare… c’è sempre un rovescio della medaglia. In un mondo o in un ltro. Ho corretto io l’HTML del commento 🙂

  4. Sono d’accordo con annalisag, la succitata blacklist di parole morte (e relativo stile) potrebbe essere valida per l’advertising, testi di marketing o le “call to action” in un sito (in questi casi essere conciso e diretto è quasi un obbligo), ma per tutto il resto credo abbia poco senso usare quello stile di scrittura su un sito internet.

    (a meno che non si scrivano costantemente articoli di breaking news o di

    marketing non convenzionale

    )

  5. Rileggendo bene questo post mi viene in mente soprattutto la difficoltà di riuscire a dire in soli 140 caratteri (parlo di Twitter, naturalmente) frasi sensate e grammaticalmente corrette! Questa lista (e gli altri suggerimenti inseriti nei commenti) è veramente utile … perché è vero che l’italiano è una lingua ricchissima di vocaboli, ma è pur vero che la sintesi non è un dono di tutti! Concludo dicendo: “Sono certa del fatto che l’articolo è molto utile”! Ops! Perdón … volevo dire semplicemente “Concordo!” 🙂

  6. @Riccardo: grazie, condivido.
    E scrivo liberamente, cioè senza nessuno che mi punta la pistola sul capo: questa storia delle parole morte è molto stimolante, infatti registra molta partecipazione.
    In genere scrivo in maniera secca, molto secca (secchissima, si potrebbe obbiettare) quando scrivo per me. Reazione ai lunghi elenchi di Umberto Eco?
    Credo che la misura giusta delle parole (ovviamente nel mio precedente intervento ho ironicamente esagerato) sia data dal contesto (Twitter, per esempio) e … nella misura in cui 🙂 ci è richiesto.
    Come dire … dipende dai Clienti far resuscitare o meno delle parole morte.

  7. Concordo, ma solo in parte, e riprendo il pensiero di annalisag.

    Nulla stabilisce a priori che una parola sia morta o meno. Un avverbio o un aggettivo, che nei casi citati è pleonastico, in un altro contesto può essere il quid pluris che dà una sfumatura particolare ad una frase. E’ solo il contesto che ci aiuta a tracciare un percorso.

    Io poi sono il primo ad aver dovuto, dai tempi delle scuole superiori, asciugare il mio linguaggio per un uso smodato di avverbi e aggettivi. Ho imparato però che tutto può avere un senso, una ragion d’essere, se inserito nel giusto contesto.

    😉 complimenti cmq per l’articolo Ricky, sempre ottimi spunti di riflessione!

    • Ciao Matteo,

      Ecco la chiave di volta: spunti di riflessione. In questo blog non do verità, certezze, ma spunti di riflessione. Ogni parola al posto giusto, questa è la base. Poi la professionalità sta nel capire qual è il posto giusto…

  8. Mi ricorda tanto “L’attimo fuggente”: “un uomo non è molto stanco, è esausto!” Le maestre che dicevano “usa la parola giusta”, “guarda sul dizionario” e ” non fare giri di parole” avevano ragione, dunque 🙂

  9. Io sono pienamente d’accordo con Riccardo. Penso sempre alle famose “stop words” tanto chiacchierate ma che in italiano è difficilissimo eliminare. Seguendo questi consigli e sopratutto, avere sempre con se un buon “sinonimi e contrari” si può “accorciare” un testo, renderlo più leggibile e accattivante.

  10. Non condivido né lo spirito né la sostanza di quanto scritto. Vorresti rendere la prosa ancora più sciatta di quanto non lo sia già? Alcuni degli esempi portati sono sbagliati; in diversi casi l’alternativa proposta altera il significato della frase.

  11. @Riccardo

    Rispetto il tuo punto di vista, ma credo che il tuo post abbia omesso un punto fondamentale sull’argomento:

    il contesto in cui è ragionevole applicare quelle regole.

    Facciamo un esempio estremo:
    Blog come Spinoza, Svartjugend e In coma è meglio sarebbero assolutamente snaturati se applicassero quel tipo di scrittura.

    È un buon suggerimento quello che proponi, ma nel modo in cui l’hai esposto sembra essere una regola generale indipendente dal contesto, e sinceramente non credo sia applicabile sempre e comunque.

    • Ciao Fabio,

      Perfettamente d’accordo con quello che dici e con gli esempi che hai portato. Ti riporto quanto scritto in uno dei commenti precedenti (l’articolo in questione è piuttosto spartano, lo ammetto).

      Lungi da me voler abbattere la varietà degli aggettivi, la forza degli avverbi, il piacere di giocare con le parole per far scattare nei cuori di chi ci legge un’emozione.

      Inoltre ti consiglio di leggere questo articolo Less is more ma senza esagerare in cui affronto proprio l’argomento dell’estrema razionalizzazione del testo. La scrittura è ricchezza usata nel modo giusto!

  12. Complimenti per l’articolo, soprattutto per diversi spunti di riflessione: è chiaro che si sta parlando di scrittura giornalistica ed informazione, sinceramente non colgo la posizione di chi dissente.

    Credo che se poi parliamo di copywriting puro, per pubblicità e comunicazione, allora il tuo punto di vista non può che uscirne rafforzato. Scherziamo su “attimino” e “nella misura in cui”, e poi per primi ci troviamo a usare il “piuttosto che” in casi non avversativi, e solo perché fa figo (?!) continuare ad usarlo.

  13. Interessanti osservazioni; con qualche distinguo, condivisibili. “Target” è parola magica in questo campo: tutti scrivono, dal diario al romanzo. Per chi lo faccio, e per quale fine? Farsi leggere è importante ma nel villaggio globale non è tutto. Pochi, caro Riccardo, hanno apprezzato la finezza del tuo incipit – seppur inconsapevole: hai usato una figura retorica nota come “diafora”, la quale consiste proprio nella ripetizione di uno stesso termine con diversa accezione. Ricordo ancora la discussione della mia tesi di laurea. Il mio correlatore osservò pubblicamente che avevo commesso un errore di ortografia a pag. 37: “complementarietà” anzichè “complementarità”. Silenzio assoluto. Qualcuno nella commissione mi guarda con occhi “prensili”, come a dire: “figlio mio, mo’ sei nei casini”. Mi gratto il capo e rispondo. “Mi scusi, professore, si tratta di un solecismo o di un banale refuso?”. Alla mia domanda non seppe rispondere. Contumelie tante come se piovesse, ho pensato poi. Il salapuzio non conosceva la differenza e si è fatto così la frusta per il proprio posteriore…
    A proposito, complimenti, fantastico blog!

    • Ciao Antonello,

      Certo che beccare un correlatore così attento ai refusi non è da tutto. ma te la sei cavata alla grande. Per evitare di forzare troppo sul pedale della semplicità ti consiglio di leggere anche questo articolo https://www.mysocialweb.it/2012/09/05/le-insidie-della-semplicita/

  14. … ma molti apprezzerano il pregio del tuo intervento, Antonello. Complimenti 🙂
    “Per curiosità: si trattava di solecismo o di refuso?)

  15. @Elena.Senza ambage direi solecismo, ma sospetto che sia impossibile da dimostrare! In quel caso la “svista” rappresentava un hapax. In numerosissimi casi, quando scriviamo, la differenza fra errore e licenza poetica è solo questione di consapevolezza.

  16. Mi trovo d’accordo con annalisag e credo comunque che il numero e la “consistenza” delle parole dipenda molto dall’argomento che si sta trattando. Se sto spiegando un procedimento legato al mondo del web o i passi per raggiungere un risultato pratico ben preciso, meglio essere chiari e il più possibile diretti. Se invece sto descrivendo un luogo, ad esempio per un blog turistico, credo che ci voglia tutta la forza evocativa possibile. Scrivere è bello anche per questo: riuscire a far vedere le cose che non si hanno sotto il naso, semplicemente scegliendo le parole giuste.

  17. Ottimo post come sempre!

    Da qualcuno che di scrittura ne sa qualcosa:
    “Credo che la strada per l’inferno sia lastricata di avverbi” [Stephen King]

  18. Anchi’io concordo con @Annalisag
    tutte le parole che compongono un periodo sono o elementi strutturali o complementi che rendono il concetto più comprensibile e soprattutto più dettagliato nela sua esistenza stessa.
    un esempio su tutti:
    1. Dovremo accertare eventuali colpe. [questo presume delle colpe]
    2. Dovremo accertare le colpe. [questo sembra le dìa già per scontate]

    Ricordo un mio professore di italiano durante gli studi superiori: sentirlo parlare con un lessico forbito, vario, sempre curato era semplicemente delizioso da ascoltare. Imparavo la lezione ascoltando, talmente era chiaro, elegante ed esaustivo, nell’esprimersi.
    Lasciamo a Twitter la voglia di essere succinti, noi vezzeggiamoci con la lingua più bella del mondo. 😉

    PS.
    Grazie Riccardo per la piacevole meditazione in merito

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