Giornalismo partecipativo: centralità del cittadino nella comunicazione giornalistica

Fare participatory (o citizen) journalism vuol dire mettere l'utente al centro del percorso informativo. Tutto nasce dal basso, l'informazione viene creata da chi dovrebbe leggere la notizia.

Il citizen journalism (o giornalismo partecipativo) è una forma di comunicazione che sembra quasi riassumere i sogni di chi ha sperato in un rapporto diretto tra fatti ed esposizione. Non ci sono filtri, non ci sono professionalità.

giornalismo partecipativo e citizen journalism
Giornalismo partecipativo e citizen journalism.

Ciò che avviene diventa notizia. Scrivere un articolo di giornale è un lavoro da rilegare a chi conosce questo campo? Dipende, la raccolta delle fonti e del materiale può essere difficoltosa per chi non si trova sul posto. Ma il cittadino c’è.

La persona comune può diventare giornalista per quel lasso di tempo necessario a raccogliere ciò che serve. E i social network fanno il resto. Quindi oggi voglio affrontare questo tema: la centralità dell’open source journalism.

Cos’è il citizen journalism: definizione e spiegazione

Con il termine citizen journalism s’intende quella tendenza, spinta dai social network e dai telefonini, a trasformare ogni singolo cittadino in un reporter.

In un giornalista sul campo. Un tempo i lettori erano solo fruitori delle notizie, oggi diventano attori e partecipano alla creazione del prodotto. Ovviamente potrebbe sembrare un duro colpo per la professione giornalistica, in realtà c’è adattamento e cooperazione. Il professionista coinvolge e sfrutta in modo virtuoso il cittadino.

Avere un inviato sul campo in qualsiasi momento, capace di fare foto e video di buona qualità, vuol dire avere una fonte sempre a disposizione. Ovviamente, però, questo vuol dire mantenere dei canali comunicativi aperti in qualsiasi momento.

Da leggere: come scrivere un comunicato stampa

Come cambia nel tempo il giornalismo partecipativo?

Il citizen journalism vede il lettore come presenza attiva nel processo di creazione del contenuto. Ma come si evolve? Il concetto che si nasconde alla base del giornalismo partecipativo è semplice: il digitale ha cambiato la percezione del tempo.

diffusione digital in italia - citizen journalism
Diffusione del digital in Italia – Fonte We Are Social

Il fatto deve essere raccontato subito ma la redazione non può essere ovunque. In ogni strada. Gli snodi del cambiamento sono legati a tre grandi passaggi:

  1. Diffusione del mobile.
  2. Prestazioni delle connessioni.
  3. Ruolo dei social network.

Il cittadino diventa giornalista e raccoglie il materiale grazie allo smartphone. Avere un giornalista a ogni angolo di strada: questo è il citizen journalism, un modello che sfrutta la diffusione orizzontale del web e sei social. E che consente di esserci.

La notizia ha una durata minima, diventa obsoleta in poche ore. A volte minuti. Il gioco si svolge sul filo del rasoio e i giornalisti in redazione devono essere bravi a intercettare la propensione dell’individuo a comunicare postando foto e video.

Street journalism: i pilastri di questo giornalismo

Esistono modi differenti per fare citizen journalism. Il commento, ad esempio, è la soluzione minima mentre con il fact-checking (verifica) si parla di una nuova forma di giornalismo che lavora sull’equilibrio tra autore e lettore della notizia.

Secondo Steve Outing ci sono addirittura 11 livelli di giornalismo partecipativo. E la creazione di materiale audio/video rappresenta lo stadio maturo del citizen journalism, il passaggio che vede il cittadino protagonista della notizia.

Un tempo c’era l’inviato sul campo che – con microfono e cameraman – affronta qualsiasi tipo di pericolo pur di portare a termine la sua missione. Oggi l’inviato è sul campo nel momento stesso in cui la notizia accade e raccoglie materiale.

Siti di giornalismo partecipativo, progetti virtuosi

Sono anni che i cittadini forniscono materiale alla rete e ci sono portali che hanno creato un impero grazie a questo modello: Youreporter, strada italiana al citizen journalism, nasce ufficialmente nel 2008 e si basa sul materiale caricato da cittadini.

Siti di giornalismo partecipativo
Esempio di giornalismo partecipativo.

In Italia ci sono anche altre piattaforme che si occupano di citizen journalism? Certo, le più famose sono Agoravox, Citynews, Blasting News. Poi ci sono i tool utili:

Seguire gli hashtag e le tendenze vuol dire riuscire a fare un buon lavoro di citizen journalism. Chi lavora sul campo, invece, deve avere sempre il cellulare carico e la mano pronta.Ma soprattutto deve cogliere al volo l’opportunità.

Lo zaino del citizen journalist

L’attrezzatura necessaria per chi ama fare street journalism: cellulare sempre carico e con credito sufficiente, batteria di riserva, microfoni e luci da collegare allo smartphone, cavalletto. Un livello più avanzato comprende laptop e macchina fotografica Reflex con tutti gli accessori del caso.

Esempi di citizen journalism in Italia: la Repubblica

C’è una nave nel Mediterraneo, una nave italiana – la Norman Atlantic – partita da un porto greco e diretta ad Ancona. All’improvviso l’incendio, e questa nave diventa una trappola infernale per circa 500 passeggeri. La Repubblica manda questo tweet:

I commenti sono arrivati in un baleno e hanno condannato (quasi) all’unanimità il tweet del quotidiano. In alcuni casi con toni da santa inquisizione: “Vergogna, fate schifo, la gente muore e voi pensate a Twitter, magari ti mando un selfie…”.

Addirittura vergogna. La Repubblica dovrebbe provare vergogna per aver chiesto ai passeggeri della Norman Atlantic di mandare notizie. Quindi, in un certo senso, di mettere in pratica il cosiddetto citizen journalism. Ma è davvero questo il senso?

In realtà la situazione poteva essere affrontata con un lavoro di content curation: raccolta di tweet, video, articoli e informazioni arrivate da fonti differenti.

Mi immagino, quindi, un tweet per chiamare a raccolta le testimonianze in forma pubblica e non via email. Forse è questo il punto da evitare: forse questo tweet de La Repubblica è stato visto solo come un mezzo per raccattare news a basso costo.

Da leggere: come scrivere un’intervista speciale

Una forma diversa di giornalismo (ma che significa?)

Twitter è un mezzo immediato, rapido, e viene utilizzato da sempre nelle situazioni di crisi. E da sempre i media attingono da Twitter per migliorare l’informazione: tutto questo può essere compreso nel citizen journalism? Qual è la tua definizione?

9 COMMENTI

  1. Penso che l’errore più evidente – come hai già sottolineato tu, Riccardo – stia nella forma di questo tweet… Io avrei articolato i 140 caratteri in maniera differente, come a voler offrire un canale dedicato per le comunicazioni da e per la nave, per i passeggeri, i loro familiari e chiunque altro avesse elementi utili alla vicenda. Poi avrei lanciato un hashtag mirato, del tipo #helpNormanAtlantic o #sosNormanAtlantic. Il mio modo di intendere citizen journalism è questo: informazioni che viaggiano in tutti e due i sensi, dall’audience agli operatori del settore e viceversa. 😉

  2. concordo quasi su tutto (nel senso che ho letto solo la prima parte) se lo scrive la bbc : a che figata…
    il solito esterfilismo italico!
    cmq repubblica si deve dare una regolata forse la gente la odia ormai a prescindere visti i servizi che propina!

  3. Poteva essere scritto meglio il tweet..però è anche vero che in Italia ci piace la polemica facile. Io, se fatto bene, il citizen journalism lo trovo molto utile perché riesce a dare notizie veramente in real-time.

  4. Ciao, credo che in questo caso l’errore banale di base sia il chiedere informazioni a persone coinvolte direttamente nel disastro. Le persone sulla nave non credo fossero interessate a dare notizie ad una testata giornalistica. Mi trovo su una nave, c’è un incendio, sono in pericolo di vita e che faccio…vado su twitter a rispondere al tweet di repubblica.it? Rispondere e/o dare notizie a Repubblica.it mi salva la vita? O dovrei comunicare con chi di dovere? La questione è che quel tweet contiene una domanda davvero banale, sciocca. Un conto è chiedere informazioni live a chi vive una tragedia dall’esterno (un osservatore), un conto è chiederlo a chi è coinvolto personalmente. E qualora ci fosse una persona che in pericolo di vita va su twitter per rispondere a Repubblica.it bhè…gli consiglierei una visita specialistica. Quindi credo, in ultima istanza, che possiamo parlare di citizen journalism fino a quando non si supera il confine della logica. Anche il creare un canale per comunicare con i parenti mi sembra davvero inutile…cavolo se c’è rete in mezzo al mare penso che qualsiasi persona in pericolo chiami direttamente i soccorsi e poi i suoi cari, non che vadi a comunicare con hashtag su internet o su un social network. Alcuni strumenti possono cambiare la nostra vita, in alcuni casi essere utili in caso di pericolo, ma sempre se usati nei limiti della logica. Per questo credo che possiamo parlare di citizen journalism fino a quando non si supera il confine della logica. Il tweet anche scritto in forma diversa era fine a se stesso. Inutile, come in effetti è stato.

    • Sono d’accordo con te, Leonardo. Sbagliato il tono e i destinatari del tweet, ma a mio avviso anche l’utilità della richiesta. Come spesso accade durante eventi di cronaca che coinvolgono molte persone (pensiamo a quanto accaduto in occasione della cosiddetta “primavera araba”, o durante le proteste e gli scontri in Turchia o Ucraina) scandagliando i social network, Twitter in particolare, si ottengono numerose informazioni “spontanee” da parte di chi li usa per far conoscere la situazione o aggiornare “live” dal posto. Questo è il vero citizen journalism, secondo me, che i media mainstream fanno bene ad utilizzare con gli strumenti adeguati; altrimenti il cittadino viene visto come semplice “informatore”. Credo sia un peccato originale degli organi di informazione tradizionali.

  5. Credo che le critiche rivolte a Repubblica si possano comprendere analizzando il tweet parola per parola. La prima parte in cui si fa la domanda “Siete a bordo della #Norman Atlantic?” suona coma una chiamata a rapporto di normali cittadini che stanno in giro per godersi un evento mondano. Si prosegue poi con la domanda “Avete informazioni?” come a richiamare l’attenzione di chi si trovava li per caso passeggiando in maniera distratta tra le macerie in fiamme (è ovvio che chi si trovava lì se non aveva informazioni dirette, per lo meno un’opinione personale su quanto stava accadendo ce l’aveva di sicuro), la frase poteva essere tranquillamente omessa! E per finire, come se già non bastasse la terza parte in cui si chiede di mandare un resoconto addirittura via e-mail: una procedura che richiede calma, tempo e dedizione, non come potrebbe essere uno sms o un tweet, molto più immediati ed adatti all’urgenza del momento. Si poteva essere più delicati nei confronti delle vittime, e dell’opinione pubblica in generale. Insomma, per me quello di Repubblica è stato un tweet davvero mal scritto, dalla prima all’ultima parola, non mi meravigliano affatto le critiche!

  6. Io confermo ciò che ho espresso ieri su Facebook. Nulla contro il citizen journalism, ma la forma del tweet l’ho trovata molto cialtrona.
    L’utilizzo di un mezzo immediato e veloce non deve far perdere di vista le buone maniere nella stessa misura in cui non è bello utilizzare un linguaggio da sms “perchè su twitter puoi usare solo 140 caratteri”

  7. Sono d’accordo con Catia. La prima fase del post (“Siete a bordo della #Norman Atlantic”) poteva avere un senso. Nel 2004, il web e Internet svolsero una funzione egregia nell’informazione sullo Tsunami, anche facilitando contatti e comunicazioni; non che il web sia il toccasana, ma nell’emergenza, si deve tentare la via “social” per salvare vite umane, specie oggi che molti (anche se non tutti) hanno lo smart phone. Non dico sia la risorsa risolutiva, ma dico “bisogna tentarle tutte”… Effettivamente, il resto del tweet era molto infelice, proprio perchè pareva andare … in tutt’altra direzione: una persona sul “norman” deve essere salvata … Ricordo una sequenza sconcertante e grottesca di una “straordinaria” del TG2 nella mattinata immediatamente successiva al Terremoto dell’Irpinia (23/11/1980), quando un giornalista scavò tra le macerie e tese il microfono: c’era una vecchia sepolta viva, e chiese: “Signora come sta?”. Ecco, il tweet di “Repubblica” mi ricorda certo cinismo giornalistico, che, di fronte all’emergenza, invece di aiutare chiede “Cosa prova?”. Si aggiunga, poi, che il tweet è parso molto cinico (almeno al Sottoscritto), perchè pareva mirato a stabilire, più che un canale di soccorso, un canale di fonti che rendessero l’opera di “Repubblica” competitiva rispetto agli altri giornali.

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