Come usare le parole inglesi nella lingua italiana

Puoi usare le parole straniere nei testi della tua attività online? Certo, ecco le regole da seguire per essere sempre in linea con la buona attività di web copywriter digitale.

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Conosci parole inglesi nella lingua italiana? Mai sentito parlare di globbish? Quel neologismo che deriva dall’unione di globalization ed English, la lingua del nuovo millennio. Che in soldoni significa l’inglese rimasticato dai vari paesi.

Come usare le parole inglesi nella lingua italiana
Il buon uso dei termini inglesi.

Tutti i modi di dire e le parole inglesi che utilizziamo nella nostra comunicazione sono globbish. Perché, puristi della lingua o meno, esistono termini inglesi ben radicati nell’italiano corrente. E, ovviamente, non è giusto inserirli senza regole.

Come comportarsi di fronte a un globbish in continua evoluzione per non usare neologismi e forestierismi a caso? Basta fare un po’ di chiarezza sugli usi e i costumi dell’inglese adottato. Ecco come usare le parole straniere nella lingua italiana.

Attenzione all’ortografia delle parole straniere

È un peccato. A volte incroci siti che trattano argomenti importanti, pagine social curate e coccolate dai social media manager. Un piacere per gli occhi e per la mente. Stai per cliccare su Mi piace o su “iscriviti alla newsletter”. È quasi fatta, il proprietario del sito ha raggiunto l’obiettivo sperato.

E poi c’è quel Web Social Media Merketing nell’elenco dei servizi offerti. Che, oltre a racchiudere quell’insignificante ma fondamentale errore di battitura, è un’accozzaglia di parole a caso.

Stessa cosa per l’annuncio di lavoro, preciso e onesto, che quasi quasi scappa il bacio sulla fronte. E poi, nel finale: ricerchiamo la figura di un social media management creativo e preciso. Management: gestione. Manager: gestore. La differenza c’è. Soprattutto se si tratta di freelance e agenzie che puntano anche all’estero.

Verifica le parole inglesi nella lingua italiana

Basta un secondo per cliccare sulla x di chiusura della pagina. Questo accade quando si vogliono usare parole inglesi nella lingua italiana senza conoscerle. Meglio fare una verifica sul dizionario per evitare errori fastidiosi di forma e sostanza.

Da leggere: come scrivere un articolo del blog

Come usare termini inglesi nella copy strategy

Non è necessario essere un blog internazionale per dare attenzione alle parole inglesi nella digital strategy. Molte parole straniere e modi di dire si sono infilati nel nostro parlare quotidiano. E, come tutti gli strumenti, è necessario saperli usare.

parole inglesi nella lingua italiana
Impariamo i termini inglesi in uso.

Resto dell’idea che l’eccesso non sia mai la via giusta: ho seguito alcune conferenze nazionali sul tema delle startup e al terzo schedulare avevo già le goccioline di sudore freddo sulla fronte. L’italiano è una lingua meravigliosa. L’inglese anche.

Non mescoliamoli forzatamente e male. A risentirne sarà tutta la comunicazione. Per avere una bussola della situazione basta fare una prima ed essenziale differenza.

1. Forestierismi e parole inglesi nella lingua italiana

Tutte quelle parole che, per forza di cose, sono ormai il nostro pane quotidiano. Il semplice computer, per poi andare su business, fashion, social network.

Tutti termini che sono inseriti nella lingua, i cosiddetti prestiti. Alcuni sono talmente integrati da non avere nemmeno il corrispettivo italiano (computer), altri lo avrebbero ma ormai vengono costantemente utilizzati in modo intercambiabile.

2. Forestierismi non ancora completamente naturalizzati

Tutti quei termini che usiamo correntemente, in linguaggi più o meno specifici, che spesso hanno un corrispettivo in italiano. Ma non sono ancora inglobati. 

Parliamo di termini come benchmark, store, device, concept. In questo caso l’utilizzo è più flessibile: spesso si usa il corrispettivo italiano senza problemi. Qual è, allora, il punto? Capire sin dove utilizzare i prestiti e i forestierismi senza abusarne.

Usare plurale nei termini inglesi: la S si mette?

Social network o social networks? Manager o managers? Ardua scelta? In realtà non troppo. Basta rifarsi alla macro differenziazione che ho spiegato poco sopra. Per i termini completamente inseriti nella lingua non è necessario. Ad esempio:

I termini inglesi inseriti in un testo italiano vanno declinati al plurale? No, non vanno declinati a meno che non si tratti di citazioni estrapolate da un testo o da una dichiarazione.

Treccani.

Queste parole entrano in una lingua nuova, l’italiano, che non prevede la -s del plurale. Spesso vale la stessa regola per i forestierismi, quando vengono utilizzati nella comunicazione generalista. I device, così come gli store.

Quindi possiamo archiviare questa regola? Di norma si inserisce la -s del plurale solo in testi molto specializzati e tecnici. Il plurale rimane, invece, nel caso di citazioni in lingua inglese o dichiarazioni ufficiali. Per approfondire puoi leggere questo articolo di My Social Web dedicato al plurale delle parole inglesi in uso nella lingua italiana.

Conviene Usare parole inglesi nella lingua italiana?

Il punto è questo: spesso si tende a esagerare con la commistione e la fusione degli idiomi. Vero, le lingue sono sempre state collegate e porose. Si influenzano a vicenda. Ma per mantenere anche un buon livello di comprensione del testo conviene evitare le forzature. Perché non usare l’equivalente italiano di queste parole?

  • Headline » Titolo.
  • Engagement » Coinvolgimento.
  • Deadline » Scadenza.
  • Meeting » Riunione.
  • Preview » Anteprima.
  • Speech » Intervento.
  • Skill » Competenze.

Chiaro, molti termini sono di uso comune in determinati settori. Se si parla a un pubblico di marketer può essere normale usare engagement per intendere coinvolgimento. Ma prima di usare una parola inglese in un testo italiano assicurati che il lettore sia allineato. E che riesca a cogliere immediatamente il significato.

Anglicismi: genere delle parole inglesi in italiano

La regola è semplice: il genere delle parole straniere non cambia rispetto alla lingua d’origine. Ma per l’inglese ci sono differenze. Come suggerisce anche Luisa Carrada:

“persone o animali mantengono il loro genere. Il genere delle cose si accorda invece con quello della corrispondente parola italiana (…). Quando dovete premettere l’articolo a una parola straniera, il genere dell’articolo concorda con quello che la parola assume nella lingua italiana”.

In realtà non esiste una regola definitiva e che ci possono essere delle oscillazioni dovute anche al fatto che molte lingue hanno un genere neutro per le parole.

Meglio corsivo o virgolette per i forestierismi?

Abbiamo il vizio di sottolineare come la parola acquisita da un’altra lingua non faccia parte della nostra. Tendiamo a isolarla, a sistemarla in corsivo o “tra virgolette”.

Che, a pensarci bene, è un paradosso. La stiamo usando, il testo è fluente e completo: perché sottolineare un’anomalia? Soprattutto se la differenziazione tra le due categorie di cui sopra non è del tutto chiara, essendo in continuo sviluppo.

Computer lo scrivo normale ma device no. E rischio di fare confusione. L’unico caso in cui il corsivo è ammesso è l’introduzione di un termine nuovo, di recente inserimento, di cui non si è mai parlato. Il globbish a inizio post, ad esempio.

Che ho subito riportato in caratteri normali nella seconda riga, ormai inserito nel mio discorso. Le parole inglesi nella lingua italiana hanno bisogno di praticità.

Calchi e prestiti linguistici delle parole straniere

Un’altra porta che si apre sul mondo delle parole straniere è quella del calco, forma complessa di forestierismo. Non si tratta di una parola straniera adottata, ma di un riadattamento nella lingua di destinazione. Pallacanestro è il calco di basketball.

parole straniere nella lingua italiana
L’uso delle parole inglesi nella lingua italiana.

Così come, per citare un esempio del digital marketing, nativo digitale. Il calco è una forma diffusa in italiano che, come lingua, tende ad assimilare termini e farli suoi.

  • Chattare.
  • Schedulare.
  • Forwardare.
  • Backuppare.
  • Photoshoppare.
  • Briffare.

Consiglio sempre di non esagerare con questa tendenza, per non rischiare di dire al proprio pubblico, sia in forma scritta che (peggio) orale: Mi piacerebbe schedulare una call con la nostra audience. Aprite l’attachment che vi ho inviato con le best practice del nostro brand. Non è piacevole da leggere, vero? Questo è chiaro.

Da leggere: come tradurre una pagina web

Le tue parole inglesi nella lingua italiana

Bastano pochi accorgimenti e una buona dose di studio, per non ricadere in forme retoriche (e oltretutto scorrette) esagerate e un testo troppo farcito di forestierismi. E tu, quali case case study mi porti? Quali parole inglesi non sopporti?

11 COMMENTI

  1. Io ho un odio profondo per i barbarismi. Per esempio, tu hai usato “digital strategy”, quando andava bene strategia digitale. Oggi si abusa di termini inglesi, quando esistono i corrispettivi, più belli e leggibili, italiani.
    Che fine hanno fatto i concorrenti e la concorrenza? Sostituiti dai più accaniti “competitor” (che non so neanche pronunciare: dove va l’accento?).
    Senza contare gli assurdi “visual”, “mission”, “vision” o il ridicolo “sentiment”: pensate di aver creato qualcosa di nuovo semplicemente togliendo l’ultima vocale?
    Device è dispositivo. Store è negozio. Perché usare parole inglesi?
    Il motivo è solo uno: perché fa “figo”, per darsi un tono, per apparire più professionali agli occhi della massa.
    Ora sono nati i “founder”, perché dire fondatore immagino sia brutto. I giornalisti sono stati soppiantati dai journalist.
    Fanno bene spagnoli e norvegesi che traducono tutto. Hanno più rispetto per la loro lingua.

    • Si tratta, in parte, di sudditanza culturale, ma molto dipende anche dal fatto che molti concetti relativi alla tecnologia e alla digitalizzazione sono stati teorizzati e sviluppati in un contesto anglofono, un po’ come nel caso del Francese per i termini relativi alla moda e alla cucina, o dell’Italiano per la Musica e la Lirica…

    • Fino a un certo punto sono d’accordo. Nel senso che copriamo di ridicolo la nostra lingua quando dalla bocca escono parole come “briffare”. Capisco l’evoluzione della lingua, ma poi… Ci lasciamo influenzare dal diverso, dal suono della lingua inglese. Fino a diventare ridicoli.

    • Ciao Daniele,
      mi pare di aver capito che sei nel team dei puristi della lingua.
      Ho usato digital strategy perché, nel mio ambito, il termine si sta lentamente naturalizzando nella lingua e viene usato correntemente, così come strategia digitale, certo. Ma alcuni ambiti tendono ad inglobare più in fretta e con più assiduità termini stranieri.
      Ti rispondo da linguista di formazione: in linguistica si è sempre studiato il fenomeno dei prestiti, dei forestierismi e via dicendo, proprio perché è inevitabile che le lingue subiscano influenze più o meno forti tra di loro.
      Se pensi che meno di mezzo secolo fa la nostra “lingua franca” per la burocrazia, insegnata anche nelle scuole, era il francese, non ti sorprenderà vedere che oggi, in italiano corrente, abbiamo naturalizzato una marea di termini francesi, soprattutto nella cucina o nella moda. (Brioches, Tailleur, Omelette, Collage, Bricolage, Biberon, Bouquet..e molti altri) Eppure questi termini non ci danno fastidio come i neologismi in inglese. Semplicemente perché il parlante, nel tempo, ha assodato i cambiamenti.
      La nostra generazione, che sta subendo un vero e proprio bombardamento di infiltrazioni inglesi, sente di più questo cambiamento.

      Poi, come spiego nel post, il giusto mezzo sembra sempre la via migliore: se in un post su mysocialweb uso digital strategy è perché so che il mio target è, se non del mestiere, simpatizzante e con conoscenze del settore. Se spiego a mia madre di cosa mi occupo userò strategia digitale, andandole anche a spiegare il significato del termine.

      Dipende quindi sempre dal tuo interlocutore. Ripeto, io amo la lingua italiana quanto quella inglese. Ci tengo ad usare entrambe nel modo corretto. Quindi, se l’evoluzione della lingua è un fatto inevitabile, almeno affrontiamolo con giudizio 😉

      E comunque sono molto d’accordo con i termini esageratamente di moda o le forzature come, appunto, journalist o founder, per non parlare di schedulare, ecco.

  2. Buongiorno, giusto una precisazione. Il termine computer ha un corrispettivo nella lingua italiana, che è poi l’esatta traduzione del termine, ovvero calcolatore.
    Chiaramente, ormai, gli usi del computer (o calcolatore) vanno molto al di là del semplice calcolo, sebbene qualsiasi funzione svolta dai nostri dispositivi, di varia forma, sia, alla base un calcolo algebrico semplice.
    Ho voluto fare questa precisazione perché il termine calcolatore è ancora molto utilizzato in ambito tecnico, soprattutto da chi si è formato, nel settore informatico, una trentina di anni fa, quando il termine in voga era, ancora, calcolatore.

    • Ciao Gabriele,
      ottima precisazione. In effetti quando io parlo di computer lo intendo in senso più ampio di calcolatore, anche se ovviamente la traduzione italiana in questo senso esiste ancora e viene giustamente usata in ambito tecnico.
      Calcolatore, oggi, risulterebbe una traduzione però riduttiva del termine computer in senso ampio, che indica le molteplici funzioni che oggi riesce a mettere in atto.

  3. Sappiamo che la lingua è permeabile e si evolve continuamente, ma davvero non riesco a capire (e non mi considero purista ma solo moderato) perchè devo soppiantare, di proposito, una parola o un’espressione italiana con una straniera se non ce n’è bisogno. La stessa “digital strategy” prende piede perchè tutti la usano, ma perchè il primo che l’ha usata, appunto, l’ha fatto? Cosa c’era di meno comprensibile in “strategia digitale”? E, permettete, chissenefrega che viene subito adottato da un sacco di persone? Così la lingua s’impoverisce gradualmente, proprio come succede con i lombardismi “piuttosto che” usato a caso o di “in” usato come preposizione di moto a luogo anche quando ci andarebbe “a”, “al” e così via. Un conto è accettare forestierismi quando la nostra lingua non può esprimere meglio o allo stesso modo lo stesso concetto o quando quel concetto è già solido in un’altra lingua o è un marchio (tipo “social media”, facebook”, eccetera), ma altrimenti mi sembra si tratti di pigrizia, di “sembrare cool” (sic).

    • Ciao Paolo,
      grazie per il commento. Sono d’accordo con te: la pigrizia e la necessità di sentirsi “parte” di qualcosa, di una cerchia di parlanti più o meno ganzi (tanto per usare un adorabile corrispettivo italiano 😉 ) fa di sicuro parte di questo processo linguistico culturale. È un cane che si morde la coda, sicuramente. La miglior soluzione (se di soluzione si può trattare) sarebbe introdurre i forestierismi tecnici quando strettamente necessario, facendo uso di termini italiani quando possibile. La questione è che, spesso, è un fenomeno più grande del singolo, per lo stesso motivo per cui è molto difficile che io dica “completo” quando vado a comprarmi un “tailleur” (cosa che peraltro non compro). Ma questo forestierismo ci suona meno alieno, anche se avremmo un corrispettivo. Credo semplicemente che, a lungo andare, i termini superflui andranno a morire da soli, e sopravviveranno darwinianamente solo quelli che rendono effettivamente più comprensibile un concetto.

      Questo è effettivamente un momento di grande flessibilità linguistica, dovuto ad un particolare periodo storico, sociale e chi più ne ha più ne metta. Ma nel nostro piccolo possiamo mantenere la lingua nel miglior modo possibile, certo.

  4. Ciao Riccardo e Alessandra, interessantissimo articolo.
    Esiste un equilibrio di base nell’uso di forestierismi, che è dettato da tanti fattori. Il primo, è “l’argomento trattato”. Quando parliamo di marketing, magari nei suoi aspetti più tecnici, spesso gli inglesismi non sono un vezzo, ma un’esigenza. Grazie a loro riesci ad esprimere, con 2 parole, concetti che in italiano formuleresti in maniera più articolata, goffa e peccando comunque di incisività e precisione.
    Sono per l’abbracciare la lingua inglese e nell’integrarla, con buon gusto ed equilibrio, nel nostro vocabolario comune. Soprattutto se va a vantaggio della comunicatività.
    Se poi vogliamo esprimere tutto il nostro disprezzo per chi abusa di inglesismi per “fare il figo”, beh, ok mi accodo al gruppo. 🙂
    A presto.

    • Grazie mille, Marco.
      Sono d’accordo con te: dipende molto dall’argomento e dal target.
      Con equilibrio, senza strafare. Insomma, meglio poche ma buone (ho visto hashtag che voi umani..) 🙂

      Grazie ancora e a presto

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