La schiavitù del consenso nel mondo del blogging

Cosa vuol dire per te cambiare in continuazione? Si tratta di una soluzione indispensabile per il tuo universo professionale? Ecco qualche consiglio per organizzare il tuo mondo delle pubblicazioni online.

Sai qual è uno dei peggiori nemici per blogger e webwriter? Il consenso. Anzi, la schiavitù del consenso. Il punto è questo: se fai un lavoro – pubblichi un articolo, consegni un documento, scrivi i testi di una landing page – per ricevere applausi ti stai svendendo. Stai sprecando la tua arte.

La schiavitù del consenso nel mondo del blogging

Questo è uno dei passaggi più interessanti, almeno dal mio punto di vista, del libro “Quel pollo di Icaro“. Seth Godin è molto chiaro a proposito: lavori nella speranza e con il desiderio di collezionare pacche sulla spalla? Il tuo operato è corrotto, si è trasformato in un processo per ricevere consensi.

Questo non significa passare inosservati. Anzi, il punto è proprio questo: facile strappare un’ovazione da festival, difficile colpire il tuo pubblico in modo da diventare indispensabile. “E – come suggerisce Seth Godin – fare in modo che gli altri sentano la mancanza quando non ci siamo”. Come si applica tutto questo nel mondo della scrittura online? Perché oggi sto parlando del consenso?

Il consenso nel blogging

Questa è la schiavitù del webwriter: scrivere per ottenere il consenso, un consenso che oggi ha diverse facce. Un commento, una condivisione, un Mi Piace o un +1. Siamo circondati da segnali che permettono al singolo di definire i propri gusti. E di battere (virtualmente) le mani.

E tu fai bene ad accettare questi segnali. Fai bene a collezionarli, a mostrarli come riprova sociale. Tipo i numeri dei bottoni per condividere un post. Ma non devi mai diventarne succube.

La schiavitù del consenso è un bubbone che colpisce tutti. Siamo vanitosi, abbiamo bisogno dell’applauso e della pacca sulla spalla. Non è un male assoluto. C’è chi lavora solo per il denaro, c’è chi si sveglia la mattina per rincorrere il battimano. Il vero problema è voler ridurre tutto a questo: non puoi definire relazioni forti creando consensi senza identità.

Non devi inseguire il pubblico

Lo devi studiare, devi collezionare dati qualitativi e quantitativi per individuare argomenti, domande, problemi e paure. Questo fa parte della tua strategia di blogging, fa parte del lavoro utile per creare contenuti di qualità. Non devi scrivere per il consenso fugace: lo devi fare per diventare indispensabile. Devi pubblicare per creare una community.

Il consenso sul lavoro

Diventare schiavi del consenso: situazione pessima, soprattutto quando si tratta di lavoro. Sei un blogger o un webwriter – ma vale anche per i grafici – e consegni il tuo documento. Il cliente valuta in base ai suoi gusti personali ed esprime un giudizio negativo. “Non mi piace, non va in questo modo”.

La mia domanda è semplice: preferisci un lavoro capace di intercettare i tuoi gusti o quelli dei tuoi potenziali clienti? Essere schiavi del consenso vuol dire anche questo: consegnare lavori in grado di ricevere grandi applausi dal cliente, ma inutili sul campo. Hai deciso di svendere la tua professionalità, hai deciso di percorrere la strada più semplice e meno fruttuosa.

[Tweet “Non puoi definire relazioni forti creando consensi fugaci”]

Ci sono casi che ti esonerano dalle colpe. Incontri clienti che dovrebbero essere rifiutati a prescindere, ma che accetti perché ti fanno comodo. Vogliono un semplice esecutore e tu li accontenti. Dipende sempre da quando mettono sopra al piatto. La chiarezza è tua amica: comunica tutto, avvisa il cliente, cerca di esporre il suo punto di vista. Non ti segue? Hai due soluzioni:

  • Mandale al diavolo.
  • Tapparti il naso e continuare.

Se hai un brand forte e una buona agenda puoi permetterti l’opzione uno. O lavori come dico io o niente. Nella realtà non esistono situazioni pure: c’è sempre un cliente troppo grande che non vuoi perdere. Questo vale per i freelance.

Ma anche per i dipendenti. L’importante è lavorare sul brand, sull’autorevolezza e sulla formazione per fare in modo che l’opzione 2 diventi marginale.

Per approfondire: 7 tecniche che useranno per farti lavorare gratis

E tu sei schiavo del consenso?

Chi è così forte da fare un esame del proprio essere blogger e definirsi schiavo del consenso? Non lo siamo un po’ tutti? Forse. La consapevolezza è un’arma in più, una possibilità per sviluppare pensiero critico intorno alla tua professione, ai titoli che scegli per il tuo calendario editoriale.

Scrivere per il web è un equilibrio. Devi conoscere le esigenze del pubblico, devi scrivere testi capaci di definire i punti di queste esigenze.

Al tempo stesso non devi inseguire il successo del click baiting selvaggio e del consenso superficiale. Devi diventare un riferimento per i tuoi lettori. Sei d’accordo? Qual è il tuo punto di vista? Lascia la tua opinione nei commenti.

Riccardo Esposito
Sono un web writer freelance. Mi occupo di scrittura online dal 2009, mi sono specializzato nella stesura di piani editoriali per blog aziendali. Ho scritto 3 libri dedicati al mondo del blogging e della scrittura online.

6 COMMENTI

  1. Io ci resto male se i miei post non collezionano mi piace su Facebook e RT su Twitter. Più volte al giorno sto lì a controllare il mio consenso, a guardare le statistiche per vedere quante volte un post del mio blog è stato letto. E quando scrivo il nuovo alle volte ho la tentazione di guardare i trend e scrivere qualcosa su uno di essi. Ma poi inizio a sentirmi uno stupido e lascio perdere, torno al mio calendario editoriale e mi concentro su quel che ho da dire piuttosto su quel che magari in molti vorrebbero sentirsi dire. Anche se, alle volte, l’attualità un po’ almeno va considerata, pur rimanendo nei limiti delle proprie linee editoriali.. Si tratta di una dura lotta. Da un lato, intendiamoci, non è che i numeri vanno del tutto ignorati: se un post riceve pochi click bisogna pensarci su. Qualche errore lo si commette ed è giusto rimediare, imparare da essi. Dall’altro però c’è la maledetta voglia di sentirsi al centro dell’attenzione. Bisognerebbe imparare a brillare senza mettersi in mostra. Che è come riuscire a vincere all’enalotto, o quasi. Tuttavia sono convnto che il lavoro quotidiano per affinare la propria scrittura, i propri temi, la propria comunicazione sia il sentiero più duro ma giusto. O no?

  2. Beh, io sono un Leone, mi cibo del consenso e dell’apprezzamento degli altri!! E’ inutile, è proprio così.
    E, come dici, vale per tutti.
    Dopotutto nessuno fa davvero niente solo per sé, anche se magari io faccio davvero le cose che voglio in primis per me stesso.
    Equilibrio, sì… è sempre la parola chiave.
    Magari riuscire a fare belle cose nell’ottica di stare al centro dell’attenzione della propria cerchia, seppur ristretta.
    Il blogging è apparire.

    Moz-

  3. In qualunque ambito del lavoro, il concetto base dovrebbe essere proprio quello dell’utilità – per sé e per gli altri: dovremmo tutti poterci guardare indietro con la consapevolezza di aver costruito qualcosa, ognuno a proprio modo.
    Se poi i nostri sforzi sono accolti con particolare favore, tanto meglio, chi lo nega? 😉

  4. Parlando del consenso sul lavoro, io ho la mia utopia : miro al risultato tenendo sempre in considerazione il consenso del cliente (o potenziale tale), cerco di trovare la strada che possa mettere insieme i suoi obiettivi e i suoi gusti personali.
    Ma spesso non è possibile far coincidere le due cose e quindi mi ritrovo ad usare una “scala di grigi” che comunque mira prima di tutto al risultato.
    Come sempre grazie per lo spunto di riflessione Riccardo.

    • Impossibile ragionare per estremi. Anche a me piacerebbe rifiutare tutti i lavori che non accettano le mie condizioni. però adesso ti lascio un’altra riflessione: quante volte ho sbagliato io (io professionista, intendo) e aveva ragione il cliente? Mi piace questo punto di vista. Siamo bravi a puntare il dito contro il cliente, ma a volte ha ragione lui. Non credi?

  5. Questa è tosta meriterebbe un intero articolo 🙂
    Non posso che appoggiare questo punto di vista, non sempre il cliente ha torto, anzi la sua collaborazione penso sia fondamentale, verosimilmente ha un’esperienza specifica nel suo campo e ignorarlo è poco saggio.
    Solo la mia personale opinione, grazie di nuovo Riccardo

RISPONDI AL COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here