I fatti sono noti: Davide (nome di fantasia) era un ragazzo omosessuale di 15 anni che, ogni giorno, subiva le angherie dei compagni di classe. No, aspetta… la parola “compagno” non si addice a questa situazione.

facebook

Perché l’essere compagno vuol dire avere un legame profondo con una persona, condividere interessi e passioni. Vuol dire avere rispetto reciproco.

Davide, invece, passava le giornate con persone ignoranti, che insultavano la sua omosessualità. Lo prendevano in giro per i pantaloni rosa, e il giorno suicidio – dicono gli altri ragazzi – una professoressa ha avuto il buon gusto di riprenderlo per aver usato lo smalto.

Per rendere l’umiliazione completa, gli aguzzini di Davide avevano creato una pagina Facebook.

Non voglio difendere Facebook, non credo che ce ne sia bisogno. I social sono degli strumenti complessi e affascinanti, e non possiamo incriminarli per gli usi nefasti. Piuttosto voglio lanciare un appello: dobbiamo usare gli strumenti disponibili per bloccare le pagine offensive.

Su Facebook c’è una sezione specifica per evidenziare casi di bullismo. Ecco una spiegazione chiara della strada da percorrere:

Se vedi che un tuo amico viene preso di mira o è vittima di episodi di bullismo su Facebook, segnalacelo. Se ritieni che il tuo amico abbia bisogno di aiuto immediato, parla con qualcuno di cui ti fidi.

Chiama a raccolta i tuoi amici, organizza quante più segnalazioni possibili e intervieni anche sulla bacheca per mettere in minoranza, se possibile, chi ha deciso di prendersela con i più deboli.

Qui trovi anche le istruzioni per segnalare comportamenti offensivi su Twitter. Ah.. dimenticavo: l’hashtag da seguire è #ioportoipantalonirosa.

Forse, le persone che insultavano Davide dovranno rispondere di istigazione al suicidio. Ma sarà sufficiente? Sarà da esempio? Qual è il ruolo dei social network in casi del genere? Parliamone insieme nei commenti.

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9 COMMENTI

  1. Si è vero: i social network sono solo uno strumento e il bullismo omofobico esiste al di là della rete e degli strumenti che vengono utilizzati per minacciare o tormentare la vittima. Esiste nei pensieri e nei comportamenti di molte persone, purtroppo. Bisogna, tuttavia, riconoscere le particolarità della rete: l’anonimato, la disinibizione, la rapida diffusione del messaggio agli amici, agli amici di amici, al mondo intero. La rete nasconde chi pratica violenza e allo stesso tempo la amplifica. Ciò, probabilmente, rende il fenomeno del bullismo elettronico ancora più pericoloso di quello tradizionale. Con questo non voglio esprimere una posizione di condanna, piuttosto, sottolineare quanto sia importante conoscere il funzionamento dei social network. Uno dei fattori di rischio individuati dalla letteratura, infatti, è la scarsa competenza nel campo quindi credo che il tuo articolo sia un importante contributo alla prevenzione di questo fenomeno.

    • Grazie Alice,

      Mi fa piacere avere il tuo commento perché so che hai delle competenze in materia. Hai ragione quando dici che la rete nasconde e amplifica, ma offre anche degli strumenti per contrastare le persone violente.

      Dobbiamo usare questi strumenti e segnalare tutte le pagine che si muovono in questa direzione. Possiamo iniziare così ad aiutare le vittime del bullismo.

  2. Ho letto l’articolo appena l’hai pubblicato e ho trovato molto interessante il commento di Alice.
    Io penso che i social non siano neutrali poichè essi adottano l’opinione, ogni opinione, di chi li adopera.
    Penso, inoltre, che i social non debbano neanche far finta di essere neutrali. Vi sono contenuti che non devono essere pubblicati e azioni che non devono essere compiute.
    E i social devono attuare politiche e metodi censori.
    Il web non può essere libero perchè la libertà dell’uomo si realizza nel contesto sociale cui egli partecipa, nel quale egli è riconoscibile, nel quale egli risponde delle proprie azioni dinnanzi agli altri membri. L’esistenza stessa della “società” è un elemento censorio per le nostre azioni.
    Sfido quei mocciosi a scendere in una qualsiasi piazza da soli e aprire quel cesso di bocca per dar sfogo alla propria idiozia.
    Concludo dicendo che secondo me social e società hanno meno punti in comune di quanti se ne vogliano far passare.

    • Bella!

      Mi ritrovo sul fatto che i social debbano attuare delle politiche di censura su determinati argomenti. Come, ad esempio, il bullismo e l’apologia del fascismo. Non sono in sintonia quando dici che i social non sono neutrali. Il messaggio acquista caratteristiche diverse rispetto al medium utilizzato, certo, ma il medium resta uno strumento in mano alle persone.

  3. Sulla neutralità dei social possiamo anche discuterne, però vale la pena ricordare che i social sono innanzitutto aziende profittevoli. E i social non sono luoghi sui quali possiamo vantare diritti di accesso costituzionali. Quindi, riprendendo la tua ultima frase, il medium è uno strumento proprietario votato al profitto di terzi e messo in mano alle persone e deve essere sottoposto a regole di autodisciplina che tutelino, quantomeno, i valori e le libertà fondamentali di OGNI individuo. Perchè, come tu sai meglio di me, spesso si confonde la libertà di espressione con la libertà di offesa.

    Non puoi essere omofobo sui social, non puoi essere razzista, non puoi essere violento.
    Il tuo ottimo post è nato da un evento luttoso ma la cui matrice è uguale a questa:
    Vendola è viscido come la vaselina che usa

    Se mi permetti io penso che tra i bulletti e Andre Di Pietro tanta differenza non ci sia…

    • E infatti Di Pietro l’ho definito così https://www.mysocialweb.it/2012/11/14/la-vergogna-dellitalia-passa-per-twitter/

      Colgo l’occasione per presentare questa petizione http://www.avaaz.org/it/uganda_stop_gay_death_law/?fPiAJdb&pv=26 per fermare la legge anti-gay in Uganda. Ogni firma è importante!

  4. Bravo Ricky.
    Compagno ha lo stesso prefisso di parole come “comunicazione” “comunione” “comune”.
    La definizione non è degna di queste persone.
    I casi di bullismo, purtroppo, sono sempre esistiti. I social fungono da cassa di risonanza per questi cretini e la vergogna dilaga dalla classe, dalla scuola al mondo intero.
    Se di vergogna si deve parlare. Perché non di questo ci si deve vergognare. E la vergogna di questo paese è quella di non aver capito che cos’è la vera vergogna.

    Difendere o meno i social è un argomento spinoso. Certo diffondono l’offesa, valicando i limiti dell’ambiente in cui è nata.

    A mio parere, però, il problema è la mancata denuncia della violenza da parte di chi ne era a conoscenza.

    Un problema che si riscontra anche nella “società” reale o, addirittura, dentro le mura di casa.
    Il tuo post di denuncia, quindi, è lecito e giusto.
    Io farei circolare con altrettanta velocità e risonanza i nomi degli iscritti al fantomatico gruppo: non è vendetta è contrappasso.
    Diciamoli completi di cognomi; che vadano in giro con lo sguardo basso.

    • A volte credo che sia la giusta punizione per queste persone: che siano resi noti i nomi e i cognomi, perché davanti alla legge non pagheranno mai. Ma la società dovrebbe punire queste persone, dovremmo poter dire: “no, io con te non voglio passare il mio tempo perché non hai avuto rispetto di un tuo pari”.

      Posizione poco condivisibile, lo so, ma è quello che provo.

  5. non amo facebook ma sono iscritta.. ho notato tanta indifferenza in certi post utili che parlano di queste cose bullismo,discriminazione,ecc. Alla gente interessa chiedere amicizia tanto per fare numero o si interessa di post inutili.. stupidate e cose futili.. alla gente piace il like sulle propie foto serate macchinoni belle ragazze/zi, sono stata vittima di bullismo da piccola.. e sinceramente non sono su FB a chiedere amicizie a certi soggetti soprattutto a dare amicizia, non mi interessa. questo social è utile e carino ma per certa gentaglia che cè e meglio neanche entrare. sono le persone che lo usano male.

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