Forse anche tu hai letto l’articolo in cui Francesco Piccinini consiglia ai ventenni di lasciare il Belpaese. È un articolo scritto bene, profondo. È un articolo scritto con il cuore.

“A un ragazzo di 20 anni – scrive Francesco – direi di andare via dall’Italia”. E io rispondo: “che ci fai in questo paese dove tutto è governato dal tornaconto personale?”

emigranti

In effetti è così. Cosa hai qui che ti trattiene? Il mare? Il sole? La famiglia? Le lenzuola che profumano di mamma? Non dare peso a queste cose, vattene.

Potrei farlo anche io, sai? Anche se non ho 20 anni ma una decina in più. Sarei pronto anche a lavorare in un kebabbaro pur di vivere in un luogo governato dalla meritocrazia.

Ma non lo faccio perché ho scelto di dare all’Italia il piacere di ospitare una persona come me. Una persona normale. Non una persona speciale ma normale.

Perché a volte mi guardo intorno e penso – dopo aver tastato realtà come Amsterdam, Berlino e Tokyo – che all’Italia manchino persone normali. Persone straordinariamente normali.

  • All’Italia mancano persone semplici, oneste, cortesi. E manca il piacere di incontrare un individuo senza dover pensare a un modo per fregarlo.
  • All’Italia mancano persone appassionate del proprio lavoro, innamorate dell’energia positiva, legate con sincerità ai clienti, ai dipendenti, ai superiori.
  • All’Italia mancano persone capaci di vergognarsi – e vergognarsi profondamente – per i crimini commessi, per i soldi rubati direttamente e indirettamente.

Io non sono speciale. Io sono una persona normale. Normalissima. E voglio restare qui, in Italia. Voglio continuare a lavorare come copy freelance, senza rinunciare al ticchettio frenetico delle dita sulla tastiera.

Non lo faccio perché voglio combattere, non lo faccio per godermi le comodità (anche se ci sono). Ma solo per dare a questo paese una piccola porzione di normalità in più.

Siamo in tanti, lo so. Una persona in più non fa male.

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Riccardo Esposito
Sono un web writer freelance. Mi occupo di scrittura online dal 2009, mi sono specializzato nella stesura di piani editoriali per blog aziendali. Ho scritto 3 libri dedicati al mondo del blogging e della scrittura online.

21 COMMENTI

  1. Buongiorno Riccardo. Ottima riflessione, il problema è che sopratutto in un contesto come il nostro (io sono Napoletano come te) essere normali è ancora più difficile. La normalità in un paese come il nostro in realtà è straordinarietà. Buona giornata.

    • Ciao Gennaro.

      Impossibile darti torto. Ma noi che viviamo in contesti particolari dobbiamo impegnarci ancora di più. Il sud, più dell’Italia, ha bisogno di normalità.

      Tanta normalità.

  2. Niente da commentare. Sono d’accordo con te più che con l’autore di quell’articolo. Mi ha colpito soprattutto il primo commento, lunghissimo, che si può leggere in cima alla lista di commenti, del signor Lamberto Ferrara, Londra, che vi invito a leggere e di cui riporto un passo:
    “Ricordati che nonostante la Ryanair non vedrai molti momenti belli e brutti della tua famiglia e dei tuoi amici, che ricostruire la tua vita da zero in città in cui la gente va e viene di continuo non è facile, che la solitudine è sempre dietro l’angolo.”

    • Ti dico la verità… io rivendico il mio diritto al territorio. Io voglio creare il mio futuro qui. Non è paura di uscire (sono già uscito) ma semplicemente desiderio di essere qui, dove sono nato e cresciuto.

      Lo so, è più facile vincere alla lotteria.

  3. Non sono d’accordo e io ho oltre 20 anni in più dei ventenni e dell’Italia sono nauseato da tempo. Qui non ho futuro e per quanto mi riguarda neanche lo voglio più. Qui non posso vivere la vita che vorrei vivere. Qui tutto è sempre più difficile.

    E, senza offesa per i presenti, m’hanno stufato anche gli italiani, perché non sono un popolo civile, perché qui tutti blaterano di libertà e poi, appena appena dici la tua opinione, giù tutti a criticarti e a dirti “non puoi dire così”.
    Non considero l’Italia un paese libero, da nessun punto di vista.

    Ho inviato CV per fare perfino l’uomo delle pulizie, pur di andarmene da questo posto.

    Capisco il tuo punto di vista, ma io non mi sento più italiano. Non considero più l’Italia il mio paese. E chi scrive è uno che è stato uno sfegatato nazionalista. Ma sono pronto a rimettermi in gioco pur di mettere quanti più km possibili fra me e l’Italia.

  4. Io resto in Italia perché obiettivamente le difficoltà logistiche dell’emigrazione (io+bimbe) sarebbero evidenti. Ma resto in Italia anche perché mi sento italiana (per fortuna o purtroppo, diceva qualcuno). E resto in Italia perché l’Italia sta diventando un paese povero, e credo che abbia bisogno anche di me.
    E infine resto in Italia perché credo che quando scappi, in realtà scappi da te stesso, e il prossimo ti dà fastidio quando vedi in lui quello che vorresti non vedere anche in te stesso (profonda stamattina XD).

  5. Io ti dico solo che sono proprio felice di aver letto il tuo articolo questa mattina.
    L’Italia ha bisogno di impegno, passione e speranza.
    Ha bisogno di persone che vogliano davvero rimanere qui e che si mettano in gioco per cambiare le cose, con positività.
    Buon week end!:)

  6. Leggere questo post stamattina mi ha proprio fatto bene. A volte mi sento stupida per essere rimasta qui, dove tento di essere onesta e cortese ogni giorno, e ogni giorno mi indigno per le ingiustizie che vedo. Invece scopro che qualcun’altro crede che sia ancora importante essere onesti e cortesi. E non perdere la capacità di indignarsi. Un in bocca al lupo per chi resta.

  7. Ciao Riccardo,
    anche io ho avuto più volte la voglia di partire, di voler lasciare questo paese, perchè non mi sento più rappresentata, soprattutto dalla classe politica. Però poi penso che potrebbe essere una sconfitta partire e non fare niente per cambiare le cose, per questo ho deciso di rimanere.
    L’Italia non è solo brutta politica, ma anche eccellenza in svariati campi, dalla medicina all’informatica. Grazie a twitter ho scoperto che ci sono molte persone, giovani soprattutto, che vogliono restare per cambiare in meglio questo paese.
    A questo proposito volevo segnalarti il sito io voglio restare e l’account twitter @VoglioRestare .
    Combattiamo per il nostro futuro!
    Buon venerdì,
    Silvia

  8. Io capisco perfettamente chi vuole lasciare questo paese. E capisco anche chi, come Daniele, non crede più nelle persone. Perché è questa la verità: siamo noi che roviniamo questo paese. In questi casi mi appoggio alla frase di Giolitti “governare gli italiani non è impossibile, è inutile.”

    Noi siamo il problema!

  9. La riflessione che dovresti fare è:
    se qui in Italia lavori 8 ore al giorno per guadagnare un tot, lavorando lo stesso numero di ore all’estero quanto riusciresti a guadagnare?

  10. Ho letto il post indicato e mi sono trovato abbastanza d’accordo con l’autore.
    Ho letto questo post i mi sono trovato abbastanza d’accordo con l’autore.

    Trovo infatti che non esista un atteggiamento giusto ed uno sbagliato oggettivi, bensì esiste un atteggiamento giusto ed uno sbagliato per se stessi.

    Una decisione di espatriare può essere dettata dal desiderio di fuga, ma può anche essere una scelta.
    La decisione di rimanere può essere dettata da un senso di responsabilità nei confronti del proprio luogo di nascita, ma può anche essere la paura di rimettersi in gioco a 360°.

    Dire “Non importa dove, ma devo andare via dall’Italia” può essere una fuga, dire “Apro la startup nel Paese x perchè ti offrono prestiti a fondo perduto, il visto permanente, la tassazione è al 30%” può essere considerata una scelta.

    Espandendo il discorso, parliamo tanto di globale, soprattutto in questi ambienti digitali, e poi ragioniamo ancora in termini di Nazioni: non vi sembra un controsenso?
    Per rimanere coerenti, dovremmo al massimo ragionarla in termini di distanze: certo la Ryanair non avvicina Londra a Milano, ma neanche l’Alitalia che collega Milano con Palermo…

    Allora dovremmo biasimare i nostri genitori (o nonni) che nei decenni scorsi hanno deciso di “espatriare” da un estremo all’altro dell’Italia in cerca di un futuro migliore per i loro figli (noi, o i nostri genitori a seconda della generazione)?

    Che cosa ne pensate?

  11. Come famiglia abbiamo un’azienda che da da lavorare ad altri e quindi, seppure tra mille difficoltà di sistema, mi sento la coscienza a posto nei confronti del mio paese. Qualcosa so di farlo e cerco di costruire qualcosa per i miei figli.
    Ma come madre non so quale futuro li attende e li seguo nella loro preparazione scolastica per metterli nelle condizioni di “fuggire” se ce ne sarà bisogno. Anche se questo per me significasse soffrire la loro mancanza.
    La situazione è troppo magmatica per fare previsioni. Si ha 20 anni una volta sola e si deve investire su se stessi.

  12. IO credo invece che l’Italia sia piena di persone semplici, appassionate e capaci di vergognarsi. Sono tantissime. E’ che non sono in cabina di regia. Non abitano i punti strategicie non fanno audience.

  13. Credo esistano sufficienti motivazioni per giustificare entrambe le scelte.

    C’è chi va all’estero perché ha degli obiettivi ben precisi di carriera, e sa già che nel suo settore non avrà possibilità di svilupparla in Italia.

    C’è chi va all’estero perché si guadagna e si vive meglio in città, poi scopre che uno spazzino è spazzino anche di là, e a ciò ci si aggiunge che il clima è orribile e le persone, anche se non incazzate come ultimamente da noi, sono fredde e individualiste (quando non bevono).

    C’è chi va all’estero perché l’esperienza del contatto con le altre realtà è fondamentale per completare il bagaglio di un uomo e di un professionista, e perché non è più accettabile conoscere solo la propria lingua-madre.

    C’è chi resta in Italia perché un lavoro se l’è trovato e se lo tiene stretto, sperando di non perderlo.

    C’è chi resta in Italia perché ha famiglia, amici oppure vuole farseli e tenerseli.

    C’è chi resta in Italia perché prima o poi, per ragioni anagrafiche, il cambio generazionale ci sarà anche da noi, basterà farsi trovare pronti.

  14. L’Italia è bellissima.
    Ha storia, cultura, paesaggi da sogno.

    Poi stop, finisce qui. Non riesco a trovare altro. Sì la mia famiglia, certo, ma non è il Paese che vorrei. Il sogno americano è classico, lo so, ma io lo vivo da quando ho 5 anni. magari ci riuscissi!

    Una mia amica ha avuto il coraggio di partire per il Colorado 5 anni fa: una famiglia italiana trasferitasi lì cercava una bay sitter e scelsero lei. Parliamo spesso e vi assicuro che, nonostante la crisi, lì è un altro mondo.

    Ogni volta che parliamo mi sento male a pensare di essere ancora qui.

  15. Come ha detto poco più sopra Enrico, entrambe le scelte possono essere sostenute da una valida lista di pro e contro. Questo articolo mi tocca comunque da vicino, e apprezzo le parole di Riccardo.

    Dovendo fare un’autocritica, in Italia non sono stata capace di promuovere al meglio le mie competenze lavorative (ero nella categoria degli scoraggiati!). In Germania invece in poco tempo sono riuscita a trovare un’opportunità. Fortuna, caso, destino? In ogni caso, il mio saluto all’Italia è sempre un arrivederci, non un addio.

  16. Il tuo ragionamento parte da un attaccamento verso la “patria”, verso la “nazione”. In qualità di vero cittadino del mondo, io questo attaccamento non ce l’ho. Questione di opinioni. 🙂

    • Un dettaglio: io credo che sia indispensabile che un ragazzo faccia esperienza in un altro paese. Questo arricchisce, fortifica, permette di guardare il proprio paese con occhi differenti: lavorare all’estero vuol dire anche prepararsi per dare il meglio qui, in Italia.

      Poi se si torna o non si torna è un altro punto.

  17. Due punti fondamentali che sono stati già citati, ma che mi piacerebbe riportare di nuovo:

    1) Emigrare non significa automaticamente fuggire.
    Purtroppo la realtà dei fatti sta sempre più portando ad una identità di concetti, ma chi emigra non lo fa solo per scappare. Lo fa perché probabilmente, come già scritto, sa che oltre i confini nazionali ci sono più possibilità di carriera. Se l’Italia non offre questi spazi, non è certo colpa di chi parte.

    2) Chi sceglie di rimanere in Italia nutre un senso di responsabilità nei confronti del Paese.
    Vero, però attenzione a non girare il concetto nel modo contrario per chi invece ha deciso di emigrare. Il senso di responsabilità è anche personale, e va proiettato nel futuro.
    Per dire: ok, rimango in Italia perché mi sento responsabile per i miei connazionali. Ma se l’Italia non mi offre spazi di crescita, che responsabilità nutro nei confronti di me stessa e dei mei futuri figli – ammesso che riesca ad avere la stabilità per metterli al mondo?

  18. Interessante leggere un articolo come questo, in netta controtendenza con i siti stranieri paragonabili a questo, i cui proprietari e blogger – partendo dalla posizione di freelance nell’ambito dell’internet marketing – fanno della “location independence” una specie di bandiera irrinunciabile… ma vabbè, è bello anche leggere opinioni diverse.

    Mi permetto qualche considerazione:

    – Chi ambisce a vivere di internet marketing di solito VUOLE, dunque, essere “location independent”. Ma di solito chi scrive in quei siti è o del Regno Unito o del Nord America (e non tutto il Nord America è “California”!), per cui scappare dalla terra natia ha anche una motivazione… climatica. Riccardo, sei a Capri… vivi già nella “meta ideale” dei marketer di tutto il mondo!

    – Dici che all’Italia mancano persone semplici, oneste, cortesi. Io vengo, come te, dal sud. E io al sud ho conosciuto una marea di gente semplice, onesta e cortese. Penso a quel tipico individuo maschio over55 con pochi capelli, panzone e baffone, che ha lavorato tutta la vita in qualche ufficio che odia dal profondo del cuore, che è dalla sua prima elementare che non s’è mai perso una messa domenicale e che vanta di non aver mai fatto una vacanza e di non aver mai preso un caffè al bar fuori dall’orario lavorativo per un radicatissimo spirito di sacrificio che Dio-solo-sa perché è così vivo in lui. Gira e rigira, noi siamo la somma delle persone che ci stanno intorno. E io, senza offesa eh, dall’eroico Zio Nicola di cui sopra, più sono lontano, meglio mi sento.

    – Il tuo “inno alla normalità” è bello ed evidentemente fatto “col cuore”. Vedo, però, su quale tipo di sito è scritto, e un po’ mi fa storcere il naso. Ambizione e miglioramento personale dovrebbero essere due capisaldi della vita da lavoratore indipendente, altrimenti la differenza tra te e l’impiegato dell’INPS qual è, che lui prende lo stipendio e tu ti fai pagare in fatture? 😉

    – Io non so né quando né se tornerò in Italia. La mia “molla” non è stata “lascio l’Italia” ma “vado dove credo di poter stare meglio”. Da “cittadino del mondo” quale mi ritengo il punto non è mai quel che lascio, ma quel che troverò e che mi farà crescere coerentemente con le mie ambizioni. Se tornerò in Italia spero che sarà perché avrò scelto l’Italia come meta… una nuova tappa, non un ritorno alle origini.

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