No, non sono rincoglionito. Sto cercando di descrivere una delle realtà più promettenti: quella dei Lovemarks. Brand che creano un legame affettivo con il proprio pubblico. Ovvero la fine di un’era fondata esclusivamente su strategie e meccanismi per creare la trappola perfetta da proporre ai clienti.

blog lovemarks

L’idea di Kevin Roberts – Executive Chairman alla Saatchi & Saatchi – è chiara, cristallina, imperturbabile: il futuro è nelle mani delle persone che creano un movimento dietro al tuo brand. Un movimento sincero, genuino. Alimentato con onestà da chi è capace di amare: dai Lovemarks.

Leggi anche: scrivere bene vuol dire amare.

Lovemarks: cosa sono?

Aziende che puntano al cuore. Un riferimento per accomunare i brand che riescono a smuovere le masse? Risposta semplice: le emozioni. I brand di successo regalano emozioni intense. Ispirano le persone, e lo fanno con amore. Le grandi aziende amano quello che fanno.

E trasmettono questo amore ai clienti. In questo modo coltivano un legame speciale. E basta leggere la descrizione di Lovemarks. Il futuro oltre i brands per capire che c’è spazio per chi fa blogging:

Che cosa sono i Lovemarks? Sono quei marchi di prodotti a cui siamo legati da una relazione affettiva, da un rapporto che coinvolge tutti i nostri sensi, e che sono stati capaci di instaurare un senso di lealtà nell’acquirente, in grado di attrarci aldilà di ogni forma di razionalità, che sia economica o pratica (fonte).

I Lovemarks parlano al cuore dei consumatori. Agiscono su interruttori che la ragione non governa, e influenzano le scelte con forza. Creano un senso di appartenenza che i numeri non possono colmare. Perché numeri sono importanti, non lo metto in dubbio, ma non possono scardinare tutte le porte.

Per approfondire: emozioni e informazioni, tutto il resto è noia (fuffa)

La solitudine dei numeri

I numeri possono parlare di prodotti, di oggetti da consumare, e descrivono le mode. Ma il Lovemarks si basa su qualcosa di diverso. In particolar modo su tre pilastri: mistero, sensualità e intimità.

I grandi brand puntano sullo storytelling, raccontano storie ricche di mistero. Rappresentano la realtà attraverso sogni e caratteri iconici, lasciano spazio all’immaginazione. Ma soddisfano i 5 sensi.

L’esempio di Saatchi & Saatchi: la prima volta che hai aperto la scatola di un iMac cosa hai provato? Lo hai toccato con mano, hai desiderato toccare il prodotto perché la Apple appaga tutti i sensi.

E poi c’è l’intimità

Parlo della capacità di creare dei legami stretti con il tuo pubblico. Legami che non riguardano solo la newsletter che continui a mandare perché il cliente ha acconsentito. In questo caso si tratta di un’intimità fatta di piccole attenzioni e di gesti che comunicano empatia, vicinanza tra gli attori.

È un’intimità che chiama in causa il linguaggio, la risposta a una domanda complessa, la conversazione che abbatte le distanze e le differenze. Mi dispiace, io conosco un unico strumento per far funzionare tutto: il blogging.

Ovvero una comunicazione diversa da quella istituzionale, fatta da persone per persone. Io credo che il blogging sia lo strumento ideale per creare empatia, per formare un legame con il pubblico.

Certo, anche i social hanno un ruolo importante: ogni strumento capace di creare una community gioca una partita decisiva. A patto che venga usato come strumento per accorciare le distanze, e non per imporre il punto di vista aziendale su una massa informe, senza volto.

Per approfondire: trasforma il tuo blog in una community

La tua opinione

Le persone sono stanche di strategie, sempre più lente e prevedibili. I brand che hanno successo riescono a creare un sentimento genuino tra il pubblico, puntano all’intimità. Secondo te questo è il futuro del marketing? La vecchia pubblicità è andata? E il ruolo del blogging qual è?

Aspetto il tuo punto di vista nei commenti!

7 COMMENTI

  1. Ciao Riccardo,
    concordo con questa posizione che in realtà è una conseguenza… mi spiego, questa volta hai toccato un argomento a me molto caro, tant’è che ne ho scritto anche un libro sopra come sai. Un qualsiasi brand ha successo se prima di qualsiasi cosa, ASCOLTA .. un brand che ascolta le reali esigenze della “nicchia” di persone a cui si rivolge potrà non solo capire come migliorare la propria proposta, ma potrà adottare anche la strategia di comunicazione più adatta. Del resto provate a pensare cosa è successo nel 1930 quando Coca-Cola fece scendere in campo “Babbo Natale” nelle famose cartoline illustrate da Haddon Hubbard Sundblom. Dove non solo si è cristallizata la figura di Babbo Natale, ma i clienti di Coca-Cola ci si sono affezionati. Basti pensare a quando in una cartolina Sundblom disegnò il Babbo Natale senza anello nuziale … arrivarono migliaia di lettere (e si all’epoca si usava calamaio e carta ) chiedendo se Babbo Natale si fosse divorziato o divenuto vedovo… Il potere di un brand …

  2. Ottimo articolo. Quello che vado ripetere da tempo. Ascoltare le persone. Cercare il più possibile un rapporto confidenziale ed intimo con il cliente creare un legame unico e non far tutto in stile supermercato. La gente vuole sentirsi viva, importante..non solo un mero consumatore. Grazie per questo post! 🙂

    • Grazie a te, Alessandro. Per me il blog è lo strumento principale per creare questo rapporto. Certo, anche i social sono importanti. Ma secondo me con il blog si possono raggiungere risultati differenti. Anche in termini di brand awareness.

  3. Ciao Riccardo,
    S. Godin parla della mucca viola per illustrare che il marketing di massa è finito, Kotler invece parla di un marketing spirituale dopo che il marketing mentale ed emotivo hanno segnato il passo. Bello il passaggio dell’intimità…

    • Bello soprattutto perché – dal mio punto di vista – apre ampi spazi per chi lavora nel mondo del blogging. Uno strumento che ti permette di creare rapporti unici con il lettore.

  4. Caro Riccardo tu dici: “I brand che hanno successo riescono a creare un sentimento genuino tra il pubblico, puntano all’intimità.” E io credo che sia tanto vero quanto produttivo e credo anche che molto, sia correlato con la Brand Advocacy che viene “sentita” dai marketers. Già due parolacce insieme e ci siamo stufati di leggere. Un buon “avvocato” (storpiatura) è del 50% più influente sulle vendite, di un buon cliente 😉 A questo punto, il blogger se ha nell’anima di essere un ottimo “avvocato” e un “evangelista” dovrebbe essere pagato a peso d’ora da qualsiasi azienda evoluta 😉 . Se “AMI” il tuo brand o quello per cui lavori, non ti ferma nessuno e i risultati si percepiscono. Poi un giorno se vuoi saperne di più ti racconto di quando lavorai quasi PRO BONO e under Un-Official deal per BranchOut https://branchout.com/ (oggi tutto è stato acquisito da http://www.1-page.com/)….scoprii tante cose interessanti e imparai tanto 😉

    • Una storia interessante… a volte lavorare pro bono non è un male. Pende sempre per chi lavori. E come lavori.

RISPONDI AL COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here