Niente articolo tecnico oggi. Se vuoi leggere qualcosa per migliorare il tuo modo di fare blogging puoi andare nella categoria Copywriting. Oppure puoi leggere questo post dedicato allo storytelling.

Oggi voglio affrontare un tema che mi sta a cuore: la rabbia che le persone riversano su Facebook. Sono tutti leoni, sono tutti eroi e paladini. Ieri ho avuto modo di ammirare l’epica figuraccia di un candidato sindaco della Lega che ha insultato Selvaggia Lucarelli sulla sua bacheca Facebook.

Selvaggia pubblica una foto in cui si vede una bimba morta in mare, una migrante, e il leghista la etichetta in modo volgare. Lei, giustamente, in diretta radio lo chiama e pretende le scuse.

Non è la prima volta che Selvaggia Lucarelli chiama a casa delle persone che la insultano: loro continuano a farlo e lei continua a chiamare. E fa bene. Ma qual è il fil rouge che unisce gli episodi?

La mediocrità dei personaggi

Su Facebook le persone che insultano si presentano – nel migliore dei casi – come dei paladini di una morale o di una giustizia popolare. E quindi si arrogano il diritto di apostrofarti in tutti i modi possibili. Oppure abbandonano ogni giustizialismo popolare e attaccano a testa bassa: solo volgarità.

Sono delle furie. Dei cicloni. Sembrano mossi da un fuoco magico. Combattono. Rispondono. Continuano a offendere. Non trovano pace perché la Selvaggia Lucarelli di turno ha toccato l’equilibrio popolare. Un dramma che deve essere affrontato dai famosi leoni da tastiera su Facebook. Una razza speciale e combattiva.

Poi lo chiami in diretta e…

Sorpresa! Fine del moto di rabbia. Tutto torna come prima. Un tenero agnellino che non sa cosa dire, che balbetta, che si arrampica su una parete di specchi bagnata con acqua e sapone.

Un pulcino. Ma su Facebook era un leone. Ce ne sono tanti di personaggi simili: individui che si nascondono dietro l’anonimato di Facebook (che poi anonimo non è) e lanciano insulti. È successo anche a Gianni Morandi, idolo di Facebook, che ha avuto l’ardire di schierarsi dalla parte dei migranti.

“Grande Gianni, sei uno di noi Gianni”. Poi fa notare che anche noi italiani siamo stati migranti e scoppia il putiferio. “Ma chi sei, ma continua a cantare, non comprerò mai più i tuoi dischi, maledetto”.

Vallo a prendere di persona a un personaggio simile. Affrontalo faccia a faccia. Non ti mette due parole in croce. Muto. Silente. Sbatti il piede a terra e se la fa nei pantaloni dalla paura.

Perché su Facebook è un leone?

Allora, la ricetta è semplice. Prepara un substrato di ignoranza nera, condiscila con una frustrazione che prescinde da qualsiasi situazione. Per molti Facebook è come lanciare cinghiate allo stadio.

Poi aggiungi una spolverata di incoscienza informatica: essere su Facebook vuol dire lasciarmi proteggere da un monitor che mi impedisce di guardare negli occhi la persona che sto insultando. In realtà non hai capito niente, sei nudo come un verme e puoi essere rintracciato in qualsiasi momento.

facebook

Poi c’è l’aspetto psicologico. Il leone su Facebook tende a spersonalizzarsi. Non sono io, è il mio doppione digitale a dire queste cose. Assistiamo talvolta a uno disturbo dissociativo dell’identità che porta la persona a essere un altro individuo. Un altro che giustifica il suo essere violento attraverso le ingiustizie della vita: ho perso il lavoro, non ho possibilità economiche, gli immigrati ci rubano il lavoro.

Cerca un capro espiatorio e lo trova nel potente.

Ricordi il film School of Rock? Dewey Finn spiega come scrivere una canzone rock e dà un’indicazione chiara: devi andare contro il potere. Pensa al potente, arrabbiati e scrivi la tua musica.

Il concetto è simile: il disadattato, il povero cristo non sa con chi se la deve prendere. Quindi va sulla bacheca di Selvaggia Lucarelli e la insulta perché bella e famosa. La stessa cosa fa con Samantha Cristoforetti, colpevole di essere brava e intelligente. E quando insulta è sempre in compagnia.

La psicologia delle folle

Psicologi e sociologi conoscono sicuramente Psicologia delle folle, l’opera di Gustave Le Bon (1895) che analizza il ruolo delle masse descrivendole con un’accezione negativa. Ma, soprattutto, puntando il dito sui motivi che portano il singolo a compiere determinate azioni. La massa:

“Crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa” (fonte).

L’uomo civilizzato diventa un barbaro nella massa, si trasforma in un individuo spontaneo, impulsivo, dai tratti euforici, contrari ai suoi interessi e alle sue abitudini. Bello come sintetizza tutto Le Bon: “Un individuo nella folla è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento”.

Stessa cosa accade su Facebook. L’individuo labile si lascia trasportare. Per un attimo dimentica gli insegnamenti della madre e si lancia un turpiloquio mai espresso prima. Lascia trasparire tutto quello che si nasconde nel subconscio: rabbia, stereotipi, frustrazione, miseria morale.

Si sente bene, crede di aver fatto qualcosa di buono per la società dopo aver insultato il potente. Crede di essere stato garante del suo pezzo di terra. In realtà ha solo mostrato una gran mediocrità.

Da leggere: come creare una pagina Facebook

La tua opinione

Usa Facebook per fare personal branding, per condividere le tue passioni, per organizzare la serata con i tuoi amici. Usalo come credi. Ma lascia in pace il prossimo. Insultare una persona su Facebook è reato, puoi essere denunciato per molto poco. Anche per una semplice insinuazione.

Giusto? Sbagliato? A te la parola: lascia la tua opinione nei commenti.

21 COMMENTI

  1. Nell’immaginario collettivo il web è ancora un mondo a se.
    Non fa parte della vita.
    Anche per chi lo usa e ne abusa ogni giorno spesso il web ed i social in particolare sono spesso un rifugio dalla realtà, una via di fuga, talvolta da nascondere al prossimo.
    Questo per me è alla base di tutto il discorso che hai fatto, che condivido pienamente.
    Quando finalmente sarà accettato come parte integrante ed ampliante del nostro mondo allora ci si renderà conto che parlare in un bar, in una piazza o sui social è esattamente la stessa cosa, con gli stessi effetti sociali e legali.
    Bell’articolo, come sempre, Riccardo.

  2. Pochi giorni fa uno di questi “leoni di Facebook” mi ha insultato dandomi del demente, soltanto perché ho spiegato a una ragazza, in modo educato e rispettoso, che aveva fatto due errori: usando il tempo condizionale invece del congiuntivo, e un verbo intransitivo come transitivo. La créme de la créme!

    • Ciao Roberto, io di solito gli errori li faccio notare in privato. Eviti situazioni del genere, ed eviti anche di apparire in cattiva fede.

      • Ciao Riccardo, la ringrazio del consiglio, ma a me sembra la nuova frontiera del politically correct: considerare inopportuno correggere errori nella lingua madre, fatti da una persona giovane. Come nota a margine, nel sito in questione non era possibile inviare messaggi in privato; così come in questo sito non è possibile eliminare i propri messaggi. Sono sensibile al tema della lingua, perché mi sembra un problema molto sottovalutato; e ammetto che l’ultima frase mi abbia fatto sembrare in cattiva fede.

        • No, volevo solo dire che gli errori si possono far notare in privato. Ma è una scelta individuale, non una regola. L’errore resta tale e chi legge ha diritto di farlo notare.

  3. Parole sante! Il post coglie in maniera lucida il problema dell’insulto (personalmente molto fastidioso) in Facebook, che ha il potere di trasfigurare persone, magari perfettamente civili nella vita normale, trasformandole appunto in furie e “bombe psicologiche” che vomitano solo volgarità.
    Condivido pienamente che sia determinante l’ignoranza, la frustrazione di una vita senza stimoli e soddisfazioni, oppure come dice giustamente Daniela nei commenti che il web sia “un rifugio dalla realtà, una via di fuga”, con l’incapacità di rapportarsi con gli altri e l’infantile incoscienza di passarla liscia.
    Aggiungerei che il problema non riguardi solo l’attacco al potente di turno, ma purtroppo si verifichi in casi ben più banali, per esempio a proposito degli animali, la cui difesa e sensibilità non ha niente a che fare con eccessi spesso visti su Facebook di una vera e propria “deriva animalista”, cioè con volgarità all’ennesima potenza, minacce delle più efferate e fantasiose torture nei confronti di chi li abbia maltrattati (magari, perchè no, anche della loro prole) e con l’invito a spedizioni punitive.
    Io sono rimasta veramente annichilita e da allora tendo a selezionare drasticamente gli amici di Facebook…

  4. Riccardo sei cascato come il cacio sui maccheroni! Vittima dei leoni di cui tu parli, per una domanda non ritenuta opportuna, da buona sociologa lascio sfogare questi barbari del web e li osservo come si osservano le cavie da laboratorio

    • Sono dei pulcini, come ho già detto. Gente da guardare con un occhio di benevolenza. Senza condannare perché non riescono a mettere a fuoco ciò che fanno.

  5. Bravo. Il tuo sfogo è più che comprensibile. Io ritengo che servirebbe un patentino per il web, per migliorare l’utilizzo del mezzo d’informazione più potente della storia. Vero è, che questa libertà fa uscire allo scoperto gli ignoranti e i farabutti come i leghisti di cui scrivi sopra, paladini dell’involuzione umana.

  6. Caro Riccardo, bel post! Condivido l’analisi che hai fatto del fenomeno. Aggiungerei che purtroppo per i social (e il web in generale) le stesse persone hanno un atteggiamento schizofrenico, per cui spesso la lettura e comprensione di un testo di per sé banale risulta compromessa o estremizzata. Si passa dal personalizzare ogni contenuto, passando al setaccio ogni singola virgola alla ricerca di elementi offensivi, all’utilizzare questo spazio pubblico come “sfogatoio” indiscriminato…
    In genere preferisco soppesare con cura ogni parola e abbondare con formule di cortesia ed eventualmente faccine, perché temo non si colga il tono o il contesto emotivo dei discorsi.

  7. Hai ragione. Facebook è diventato una sorta di sfogatoio, o una vetrina dove mettere in mostra qualunque cosa pur di racimolare qualche like, ingigantendo e ostentando. Da un po’ di tempo, lo confesso, entrare nel social mi procura una vaga sensazione di fastidio che mi ha portato a diradare molto le già non frequenti visite. Mi ha stancato l’aria “estremista” che si respira, comincia a starmi stretta l’impossibilità di esprimere un’opinione e dialogare civilmente (io non faccio mai polemiche, è un comportamento che non mi appartiene,ma mi è capitato di assistere a veri litigi piuttosto violenti). Ho la pagina del mio blog e mi fa piacere aggiornarla (beh anche sulla politica di visibilità delle pagine ci sarebbe da dire, ma quello è un altro discorso…), ma il problema è che non entro più tanto volentieri su Fb e temo che finirò per abbandonarlo del tutto. Forse, però, sto sbagliando io. I consigli sono graditissimi.

  8. Interressante e – ad un livello tanto palese quanto spicciolo – condivisibile il punto di vista dell’articolo, così come quelli dei commenti.
    Senonché la questione profonda, molto più umana, molto più intima, di questo
    atteggiamento “da leoni MA SOLO su facebook” non può essere nemmeno racchiusa tanto facilmente in un giudizio, o tanto varrebbe DARE per scontato che il divieto legale di insultare, sia INTRINSECAMENTE giusto.
    Farlo sarebbe un inseguire, sebbene in toni più civili, la stessa tendenza a giocare a “paladini di una morale” propria di facebook.
    Uso la parola ‘giocare’ perché è il mondo degli autoinganni infantili, quello interiore, quello delle maschere, che entra in gioco, temo, in questi casi.
    E sì, c’è la minaccia delle questioni legali, ma nemmeno quello può essere definito uno strumento valido per giudicare un comportamento.
    L’insulto è SEMPRE culturale.
    E purtroppo il dolore umano DEL NOSTRO VISSUTO CREA l’ “insultatore” esattamente come l’insultato. Per ESEMPIO tu insulti ma CREDI che ti stai difendendo, oppure nel tuo vissuto – è strano ma può accadere – quell’insulto non è un vero e proprio insulto ma un dialogo acceso; addirittura c’è perfino chi trova offensivo il fatto che qualcun’altro si senta dai lui stesso offeso.
    Ce ne sono di tutti i generi, e non è nemmmeno un problema di CONOSCERE il mondo, perché – anche lì – quale dovrebbe essere il mondo che ci GARANTISCE COSA è un insulto?
    Il mondo della tv? O quello degli amanti dell’Heavy Metal, oppure quello dei blogger? O dei blogger “nerd”? Quali sono i codici in uso? Devo prendere quello più popolare? Quello più comune? più giusto?
    Io vedo tutto ciò come un potente specchio dei nostri affanni, del non sapere
    nemmeno ESATTAMENTE quale sia questa “realtà” di riferimento. Di che morale sei?
    – Qual’è il gruppo di persone che mi da ragione se adotto quella morale? –
    C’è da dire, per affrontarla da un punto di vista ancora più profondo, che qualcosa chiamato “amore” è comunque – per quanto nascosto – sempre presente in noi.
    Peccato. Se solo io fossi in grado di amare davvero il mio prossimo, senza “quel” dolore sempre presente, non mi sentirei insultato, non temerei NEGLI ALTRI ciò che TEMO DI ME STESSO.

    Amici, si tratta solo uno spunto di riflessione, che spero possa lasciare ancora aperta ai successivi commentatori la questione posta da Riccardo.

  9. Ciao Riccardo
    l’articolo è bello ed estremamente interessante.
    Starei qui’ ore a rispondere alla tua domanda, semplicemente mi affascina ed appassiona.
    In sintesi : il caso da te descritto (Lucarelli vs Sindaco Leghista ) è un fantastico trucchetto di mkt vecchio come il cuculo . Basta accendere la tv o ascoltare la radio, la rissa mediatica fa buzz….fa clamore….e il clamore porta notorietà e visibilità. C’è gente in Italia che con sto giochetto ci campa da anni.
    Qualche nome ? Sgarbi, Mussolini, e tutti i “chiassosi rissosi” che vediamo alla tv o sentiamo alla radio.
    Tanta scena poca sostanza in sintesi.

  10. Sono d’accordo solo in parte su questo articolo.
    I leoni sono anche su YouTube, offendendo gli utenti in pieno anonimato e li trovo al quanto disgustosi, ma è anche pur vero che la libertà di espressione è un nostro sacro santo diritto; l’importante è come esprimersi nei commenti.
    Cosa hanno fatto fin’ora i potenti per noi? Nulla, hanno solo pensato a strafogarsi sulle nostre spalle, hanno un lavoro ben assicurato ma non lo sfruttano, poiché possono assentarsi tutte le volte che vogliono, vanno in vacanza 365 giorni l’anno mentre noi dobbiamo aspettare l’Estate, veniamo pagati miseramente e quando riceviamo le ferie è come se ci dessero il contentino e poi i politici vorrebbero farci della morale?
    Ecco il motivo del nostro sfogo.
    Io, a differenza di quei leoni che agiscono in pieno anonimato, dico le cose in faccia mostrando il mio volto.
    Non è giusto prendersela con un cantante, come Gianni Morandi, sono d’accordo, ma invece, prendersela con un politico, mi sembra una cosa sacro santa e giusta dato che sono loro gli autori del nostro malessere.
    Non ci sono più i veri uomini di una volta.
    Falcone e Borsellino, quelli si che erano politici con le palle quadrate e li stimo per aver avuto il coraggio di ribellarsi alla mafia, rifiutando le tangenti.

  11. Bruno i “leoni” sono ovunque , nella rete come nella realtà quotidiana. Non c’è da stupirsi né da sorprendersi. 😉
    Se può esserti utile, cliccando sul mio nome verrai reindirizzato al mio sito.
    Tratto tecniche e modelli di crescita personale in maniera pratica. Anche metodi anti spaccone . Spero possa esserti utile. 😉
    Ciao Bruno

  12. Sono d’accordo.
    Infatti non riesco proprio a capire perchè non è possibile ad esempio sui social dei politici fare dibattito politico, quel che leggo nei commenti sono solo insulti al politico di turno.
    Sfortunatamente credo sia colpa della poca capacità di usare internet e la tecnologia in generale. Moltissimi di coloro che usano i social sanno usare solo quelli, l’unico motivo per cui si sono iscritti è stare in contatto con gli amici e insultare affidandosi al fatto che è tutto virtuale.
    Bisognerebbe pensare ad internet come alle vita reale.

  13. Eheh, tanto coraggiosi e sfrontati sul web, e grandi cacasotto nella realtà. Ma vale anche per i messaggi, con le email…
    Io sono così nella vita reale quando mi portano allo stremo, mentre si Facebook cerco di essere pacifica(pensando alle conseguenze, verba volant…)

  14. Detesto i social network perché di “sociale” non hanno proprio nulla, dato che isolano le persone dagli altri suoi simili. Difatti non sono iscritta a nessuno di questi.
    È vero, oggi le persone sono molto più maleducate e aggressive. Ma di chi è la colpa? Non vi è un solo colpevole.
    Le giovani generazioni sono figlie di un periodo di benessere economico, i cui genitori hanno dato loro qualsiasi cosa che loro non hanno potuto avere, ad iniziare da una maggiore libertà (sfuggitagli di mano in “quantitativo”) e da una educazione molto meno rigida. Il problema è che questi genitori sono finiti all’estremo opposto rispetto a quello dei loro genitori, dando ai figli troppa libertà e poca educazione (se non nulla), facendo credere loro che tutto gli sia dovuto e non abituandoli all’idea di doversi conquistare le cose con la fatica e l’impegno. Giovani che non rispettano più le gerarchie (soprattutto a scuola), anestetizzate in merito alla sofferenza e violenza, ormai diventate la normalità.
    I genitori di queste generazioni vivono una vita diversa da quella che hanno vissuto i loro genitori, una vita fatta di frenesia, di apparenza, di lavoro eccessivo o per riuscire ad arrivare a fine mese o per potersi permettere un alto tenore di vita (villa, vacanze, abiti firmati, ecc…), di invidia, di forte competizione.
    Entrambe queste generazioni, quelle giovani e i loro genitori, sono soggette a stimoli continui ed eccessivi da parte dei media (tv, radio, internet), il tutto in una società in cui viene sempre più coltivata la superficialità e in cui la cultura viene sempre più denigrata e distrutta.
    Mettici anche una bella dose di crisi economica e il gioco è fatto.
    Cerco di vivere il più possibile una vita che abbia molto della vita dei miei nonni o di quando i miei genitori erano piccoli, un periodo in cui la vita aveva ritmi normali e umani, in cui i rapporti interpersonali erano veri, in cui ci si incontrava al bar per chiacchierare e scambiarsi opinioni. Per far questo evito di guardare la tv (giusto una volta a settimana se vi è un bel film non violento, dalla trama rilassata ma con un contenuto importante), leggo molto, pratico sport (per vincere lo stress), evito di arrabbiarmi se qualcuno mi taglia la strada mentre sono in auto (penso sempre che se mi fanno un danno poi pagano), di non cominciare a suonare all’impazzata al semaforo perché quello davanti non si muove, lascio l’auto un po’ distante (a meno che non piova) dal posto in cui mi devo recare per avere la possibilità di passeggiare e osservare la città, cerco di uscire prima così da poter fare le cose con calma e non dover correre come una pazza, lavoro il giusto per vivere normalmente evitando di spendere in cose inutili, realizzando da me alcune cose (tipo il portapenne da tavolo con un barattolo di latta), facendo (quando posso) il pane e i biscotti in casa, stando attenta a ciò che compro e prendendo prodotti a km zero (vicino vi sono diversi produttori di frutta e verdura), cerco di vedere gli amici (compatibilmente con i loro impegni) e vado a trovare i parenti il più frequentemente possibile (i legami familiari sono importantissimi).

  15. La spiegazione sul perché le persone agiscano in questo modo sui social è corretta e ottimamente spiegata. Tuttavia io andrei oltre e mi farei un altro genere di domande più costruttive secondo il mio modesto parere. Mi domanderei ad esempio perché e se ci sono soluzioni al fatto che questa società genera tanta frustrazione, malcontento, infelicità e senso di impotenza in tante persone che per esprimere la propria “rabbia” non hanno altro che il social network. Ho messo le virgolette alla parola rabbia perché più che rabbia io la chiamerei grido di aiuto, ovvero una maniera di raccontare e far partecipi gli altri della propria infelicità (tanto da farla sembrare ira e basta); una maniera (sicuramente errata ma forse l’unica a disposizione) per farsi notare e sostenere… Sicuramente non tutti i cosiddetti leoni da tastiera offendono per problemi esistenziali (difatti convengo che alcuni non si rendano effettivamente conto del fatto che quando scrivono su un social hanno a che fare con una persona reale e si lasciano andare a commenti sciocchi e superficiali) ma son convinto che vi siano tra loro tantissime persone davvero piene di una sofferenza più o meno nascosta…

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