Ieri ho incrociato una bella conversazione sul gruppo Webhouse nata grazie all’intervento di Beatrice Niciarelli. La sintesi: possibile proporre un corso dedicato a Twitter se hai 50 follower?

Da un punto di vista pratico puoi farlo. Nessuno te lo vieta. Ma cosa comunichi alle persone che – incuriosite dal corso – andranno a visitare il tuo profilo Twitter? In questi casi l’abito fa il monaco?

professionalità online

Nella discussioni si sono alternate voci più o meno a favore dell’osservazione. I critici hanno proposto la tesi dei contenuti, altri invece hanno appoggiato il pensiero di Beatrice: è stata intavolata l’immortale contrapposizione tra forma e sostanza, essere e apparire.

In altre parole: un professionista del web può essere poco attento al modo in cui si presenta? Il biglietto da visita è importante o conta soprattutto la capacità di fare qualcosa di buono per il cliente?

Io credo che forma e sostanza siano due facce della stessa medaglia. O almeno dovrebbero essere così. Un professionista del web, oggi, non può prescindere dalla dimostrazione delle proprie competenze.

Mi spiego meglio

Non voglio proporre una sorta di gara a chi ha la coda di pavone più bella. No, non è il mio stile. Ma la concorrenza è alta, ed è difficile emergere: è difficile farsi notare anche quando sei speciale.

Chi non è riuscito a conquistare notorietà attraverso altri mezzi (tipo il passaparola offline) deve essere impeccabile. Deve presentarsi nel miglior modo possibile. Almeno nella sua cerchia professionale.

Io non posso fidarmi di una persona che propone sviluppo avanzato di WordPress e carica il portfolio su WordPress.com. Certo, sono vittima delle apparenze. Ma guardando il suo portfolio stratosferico un brivido mi attraverserà: mi posso fidare? Ma sono veramente suoi questi lavori?

La professionalità è un concetto che si espande a 360 gradi. Non puoi permetterti di fare diversamente, soprattutto se sei all’inizio. Il tuo blog deve essere professionale, la firma nell’email deve essere professionale, il tuo profilo Facebook deve essere professionale.

La fiducia si conquista

Perché dovrei fidarmi di una persona incapace di fare bene il lavoro per la propria attività? Cosa mi devo aspettare? Ma soprattutto: perché una persona che non ti conosce dovrebbe fidarsi? Perché in un mondo sempre più competitivo un individuo dovrebbe rinunciare alla prova tangibile?

Lo so cosa stai pensando: i numeri sono fuffa. Non significano niente. Sono d’accordo, si possono alterare. Però le interazioni no. Le opinioni che si trovano in rete no. Le recensioni spontanee no.

E poi ci sono le testimonianze dei clienti. Quando hai delle referenze forti alle spalle puoi presentarti a testa alta. Puoi presentare preventivi umani. E guardare negli occhi le persone che si affidano a te.

Professionalità: forma o sostanza?

Tutto. Devi lavorare – come ho accennato sopra – a 360 gradi. Devi curare la polpa, la sostanza. Devi dare qualità. Tanta. Ma una fetta di potenziali lettori/clienti guarderà il dato numerico.

Guarderà il numero di follower e di fan. Ma sarà solo l’inizio. Poi guarderà le interazioni e i commenti, guarderà le recensioni e le opinioni. Poi chiederà a qualcuno. Io voglio lavorare su tutti i fronti, sulla forma e sulla sostanza. Certo, non è facile. Ma i risultati sono interessanti. Sei d’accordo?

15 COMMENTI

  1. Sicuramente sostanza. I numeri si ottengono (anche) con stratagemmi, tatticuccie e sopratutto euro. Purtroppo molti si fanno abbagliare da statistiche in tutti i settori quando conta solo e solamente la sostanza, ciò che viene influenzato esclusivamente dal nostro operato.
    Ricordiamoci sempre del calzolaio con le scarpe rotte 🙂 .

    • Però un buon lavoro porta anche una buona visibilità e numeri interessanti. Non credo nelle statistiche pirotecniche, ma il calzolaio con le scarpe rotte oggi ha vita difficile…

  2. Sono parzialmente d’accordo. Da un lato è verissimo: chi si definisce social media strategist e ha tre folowers insospettisce.
    D’altronde i social per le aziende, secondo me, sono soprattutto indicatori di branding. Forse a una pmi, magari b2b, non basta un bravo social media blabla per avere i follower di una multinazionale b2c…in questo caso i fattori che ti fanno guadagnare follower stanno fuori dai social.
    Aggiungo che ci sono bravi professionisti che mettono tutto il loro lavoro sui clienti e non sul personal branding: avere pochi follower e un ricco portfolio forse serve.
    Insomma, per dire che secondo me la risposta al tuo quesito non è maniche come sembra.

    • Credo che sia molto importante capire anche qual è la sfera nella quale operi. Non devi essere un drago su ogni piattaforma, ma almeno nel tuo orticello devi dimostrare qualcosa. Almeno credo 😁

  3. Sono d’accordo con te Ric, tocca essere attivi a 360°: nella SEO le vere spade sono nascoste, e magari finisce che lavorano pure per clientucoli perché non si sanno vendere.

    Lo Zenith è essere prima buoni commerciali per sé stessi e, una volta agganciato il cliente, dimostrare di essere ottimi professionisti.

    Se salta uno dei due mondi, sicuramente manca qualcosa.

  4. Che domanda complessa Riccardo. L’abito fa il monaco, sì. In parte. Aiuta, perché sono i primi 5 secondi a dare l’impatto, perché una sola volta puoi dare una prima buona impressione. Quindi, se riprendiamo la domanda di Beatrice Niciarelli la risposta dovrebbe essere “no, non è credibile” anche se poi magari dietro a quel corso c’è un drago di twitter. Ma uno così non farebbe una cosa così stupida, o quantomeno si farebbe riconoscere in qualche modo. Ampliando il discorso, per seguire il tuo ragionamento mi viene da dirti che ci vuole equilibrio e quindi oltre alla sostanza devi assolutamente curare anche la forma, l’immagine, insomma: il personal branding. Anche se magari sei il più bravo del mondo nel tuo lavoro, ma se hai sempre lavorato nell’ombra e magari ti trovi anche a non poter giocare la carta dell’azienda per la quale hai lavorato (ne conosciamo entrambi qualcuno di eccellente in questa condizione Riccardo) nel momento in cui ti rimetti sul mercato diventa difficoltoso. No ci vuole assolutamente un lavoro sulla propria immagine ed è un lavoro che va fatto quando non ne hai bisogno. Alle volte un portfolio non si può mostrare e la rete viene in aiuto oggi con altri strumenti. Ad esempio il blog, argomento sul quale sei maestro, consente al webwriter di mostrare le proprie capacità, ma anche all’esperto Seo come Benedetto o a chi come me fa tutt’altro, senza dover mettere in mezzo aziende che magari hanno chiesto (e ottenuto dietro lauto compenso) un patto di non divulgazione. Anche passare da un B2B ad un B2C spesso diventa difficile (e se mi permetti io ne sono un esempio di questa difficoltà). E come dice Benedetto qui sopra: puoi vere il miglior prodotto del mondo, ma se poi non ti sai vendere serve a poco.

    • Mi piace il concetto “lavorare quando non ne hai bisogno”. La maggior parte dei giovani professionisti inizia a lavorare sulla propria immagine quando i giochi sono fatti. Ovvero quando hanno bisogno dell’immagine.

      • Si accade spesso Riccardo, a tutti i livelli non solo i giovani. E ancora di più accade tra quelli che hanno un posto fisso, che stanno rischiando davvero tanto e non sfruttano l’occasione di poterci lavorare per tempo. Se vuoi approfondire scrissi tempo fa “fallo quando non ti serve” (o qualcosa del genere)

  5. Già, il patto di non divulgazione.. fra l’altro lato SEO – dato che mi capita di lavorare con settori borderline – mettere in piazza i clienti (e non portare il portfolio de visu o de skype a un cliente) significa esporsi al bombardamento di SEO negativa 😀

  6. Questo post è segno di professionalità?
    E se sì, si stratta di forma, sostanza o cosa altro?
    https://plus.google.com/u/0/+cinziadimartino/posts/8JdotuP8THo

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