Uno dei punti fondamentali del blogging (non è la prima volta che lo dico) riguarda la necessità/possibilità di pubblicare con il nome e cognome dell’autore. In questo modo metti in primo piano l’individuo, la persona, e cerchi di eliminare la distanza tra chi scrive e chi legge.

Perché è questo il tuo scopo, vero? Voglio dire… ne abbiamo fatta di strada dal semplice uso del blog come bacheca virtuale per appendere comunicati stampa e pallidi rimbalzi di agenzia per fare massa.

pubblicare senza nome

Spesso i blog vengono visti solo come strumento per creare una massa di contenuti utili per i motori di ricerca. Poi scopri che gran parte del lavoro si basa sull’interazione, sulla capacità del blogger di creare rapporti virtuosi con i lettori. Perché sono i lettori che muovono i pulsanti magici e ti permettono di ottenere condivisioni e link. Ovvero ossigeno per la tua attività di blogging.

Firmare fa bene

Ora, il mio ragionamento è semplice: se pubblico con nome e cognome le persone possono guardarmi in faccia, possono verificare il mio profilo e parlare con una persona in carne e ossa. Una persona competente, con un curriculum chiaro e dei contatti utili per eventuali notifiche e riflessioni.

Insomma, con un articolo firmato si chiude il cerchio e il blog riconquista il suo scopo ultimo: interagire con il pubblico. Io scrivo, tu lasci un commento, io rispondo con chiarezza. E non solo nei commenti del blog ma anche sui social: guarda questo scambio di tweet.

Condivido un post ed è la stessa firma dell’articolo che mi risponde e mi ringrazia. C’è continuità, c’è un filo conduttore che unisce blog, social e identità dell’individuo che ha creato il contenuto.

Un individuo che si assume la responsabilità di ringraziare anche il signor nessuno (ovvero me) che condivide il post. La soluzione è semplice: pubblicare senza nome è una soluzione da evitare.

È una regola universale?

Il dubbio è stato sollevato da Rosanna Perrone. Dal suo account Facebook nasce una conversazione che parte da un presupposto chiaro: va bene firmare con nome e cognome, ma questo vale sempre e per tutti? Ho chiesto a Rosanna di riassumere il suo pensiero per My Social Web:

“Sono d’accordo con i principi generali raccomandati da Riccardo per la gestione dei contenuti del blog aziendale, ma ritengo che la firma autore originale del post non sia una regola sempre valida.

Penso infatti che far firmare ad autori che non fanno parte del progetto, quindi stagisti o freelance esperti, chiamati a posizionare contenuti che l’impresa altrimenti non riuscirebbe a esprimere, sia pericoloso tanto per la credibilità dell’azienda all’interno del suo settore, quanto per la fiducia che si riveste nel brand.

Ci sono PMI che ci arrivano con le proprie gambe ad aprire un blog e condividere contenuti attraverso la voce dei suoi stessi protagonisti o il proprio team marketing, i quali possono anche coinvolgere colleghi, amici e clienti nella progettazione della content strategy.

Ma va menzionato che in altri casi – e non sono poco diffusi – i blog vengono aperti, insieme agli altri canali social media, “perché ormai lo fanno tutti”. La gestione viene affidata a persone che spesso sono disorientate all’interno del settore, che non hanno futuro in azienda e che scriveranno sul blog solo per un periodo di tempo.

Se un’azienda non è in grado di esprimere idee e contenuti è meglio che stia ferma a meditare altre strategie marketing che ingaggiare webwriter che la sostituiscono. È come pagare un testimonial per uno spot: fascinazione tanta, credibilità meno. I principi della pubblicità sono cambiati”.

Ovviamente molto dipende dal caso in questione. Imporre una regola vuol dire ignorare le possibili sfumature, anche se pubblicare senza nome per me resta una soluzione da evitare.

La situazione ideale è sempre quella di firmare gli articoli.

Pensa al blog aziendale, pensa agli articoli firmati dai dipendenti. Ognuno lascia la propria esperienza e tutti remano in un’unica direzione. Ma pensa al caso indicato da Rosanna: un blog che si alimenta grazie a stagisti e freelance. Vale la stessa regola? È possibile pubblicare senza nome?

Per approfondire: 4 pilastri della reputazione online.

Fare blogging o fare altro

Io dico sempre sì, ma solo se l’obiettivo è quello di rimanere nel discorso blogging. Ovvero un’attività che contempla non solo la pubblicazione di un contenuto, ma il mettersi in gioco personalmente.

L’esempio lasciato sopra è chiaro: pubblico l’articolo, interagisco con il pubblico, rispondo ai commenti. Questo è fare blogging. Pubblicare un contenuto a nome della redazione e abbandonarlo al proprio destino è un’altra cosa. Stai pubblicando un contenuto, stai facendo divulgazione o informazione.

Ma non stai facendo blogging, almeno secondo quella che è una definizione storica di questa attività.

La soluzione per chi inizia con stagisti o freelance? Creare una redazione, innestare spirito di gruppo e di appartenenza. Mutare lo stagista in esperto, in personaggio con una propria identità e un motivo chiaro per essere presente su quella piattaforma. Lo stesso vale per il freelance.

Per approfondire: 5 consigli di Google per gestire la reputazione online.

Pubblicare senza nome: la tua opinione

Quello che devi evitare è sicuramente la comparsata del grande nome. Guy Kawasaki scrive per il blog Canva, non si vergogna. E di certo non è un personaggio legato a vita con quel brand: prima o poi la sua avventura finirà e rimarrà un contenuto firmato con il suo nome, un nome competente e attivo.

Le aziende devono scegliere con cura i collaboratori esterni, non certo in base al numero dei follower o peggio ancora del Klout, ma rispettando criteri di competenza e attività collegate all’argomento che deve affrontare. Questa è la mia opinione, ora però aspetto il tuo punto di vista nei commenti.

Riccardo Esposito
Sono un web writer freelance. Mi occupo di scrittura online dal 2009, mi sono specializzato nella stesura di piani editoriali per blog aziendali. Ho scritto 3 libri dedicati al mondo del blogging e della scrittura online.

2 COMMENTI

  1. Sono d’accordo con te, Riccardo. Il caso che fa Rosanna (e che purtroppo è fin troppo realistico, ahimè!) è esemplare di una cultura aziendale che ha necessariamente le gambe corte a livello strategico: in quel caso, che la firma sia di uno stagista non mette e non toglie nulla. Mettiamo però il caso dell’azienda che crede nel progetto blogging e ne fa un asset del proprio marketing inbound: se anche parte degli articoli del blog vengono da stagisti (che sono lì per imparare e devono quindi essere valorizzati), è opportuno pubblicare con il loro nome. Primo, perché un domani questi stagisti potrebbero diventare figure importanti nella stessa azienda o in altre aziende, e quindi non guasta. Secondo, perché se un’azienda non crede al valore delle persone, allora forse è meglio che abbandoni progetti come quello della creazione di un blog aziendale. Questo, almeno, è il mio parere. 🙂

    • Ed è un parere che mi trova allineato. Pensare che mettere la firma all’articolo possa in qualche modo avvantaggiare l’autore è un non problema: se la tua idea è quella di creare un progetto ad ampio respiro è solo un vantaggio. Se vuoi solo contenuti da buttare nel tritacarne… Beh, forse il blog non è la scelta giusta.

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