Puoi guardare il mare o le montagne. L’importante è trovare l’ispirazione. Purtroppo la routine quotidiana ti porta all’appiattimento continuo: scrivere, pubblicare, condividere, scrivere, pubblicare, condividere.

Lavorare come blogger e webwriter vuol dire questo? Per me no.

scrivere
Fonte Unsplash

Me la immaginavo diversamente la vita dello scrittore. Viviamo in un mondo strano, molto strano. Abbiamo fondato tutto sul lavoro, sul dovere, sul denaro. Ci svegliamo la mattina e abbiamo un unico chiodo: il lavoro.

È comprensibile che sia così. Non è colpa mia o tua. Ma non è detto che questo sia il modo migliore per gestire la tua attività. Non è detto che sia questo il modo migliore per ottenere risultati.

Scrivere senza sosta

Anche il webwriter viene ingoiato in questa spirale. Appiattimento. Scrivere come operazione ciclica. Ridondanza. Ripetizione forzata. Nessuno stimolo. Ancora scrivere. Ripetere la stessa operazione.

Le parole per definire lo stato d’animo di chi scrive in una catena di montaggio sono queste. Secondo te va bene così? Possiamo accontentarci? No. Io credo che tutto questo sia dannoso per la creatività.

Cerchi qualcosa di unico per i tuoi testi. Ma non arriverà mai sei continuerai ad alimentare la creatività con foglie secche, soda caustica e chiodi. Ovvero con routine, superficialità e banalità.

Guardare dalla finestra

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? Fantastica questa citazione di Joseph Conrad. Al posto della moglie metto il superiore o, meglio ancora, me stesso.

Come faccio a spiegare a me stesso che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Perché il vero nemico sei tu. Sei tu che, a volte, freni la tua stessa creatività imponendo ritmi stacanovisti alle dita sulla tastiere. La quantità e la qualità della produzione ancora coincidono nella tua testa.

Scrivere è altro da questo. Scrivere è guardare dalla finestra.

È così?

 

7 COMMENTI

  1. Ispirazione o disperazione?

    C’è una frase in questo tuo articolo che mi ha colpito. Molto. Mi ha colpito come fanno quelle verità che se ne stanno un po’ nell’ombra, come quelle verità che sono spade che stanno dietro le quinte per affilare le lame per poi, al momento giusto, uscire allo scoperto e colpire e affondare. La frase incriminata è “cerchi qualcosa di unico per i tuoi testi. Ma non arriverà mai se continuerai ad alimentare la creatività con foglie secche, soda caustica e chiodi”.

    Una frase così ti mette di fronte, inequivocabilmente, inevitabilmente, di fronte alla realtà: c’è un crimine che si chiama “routine, superficialità e banalità” che stai perpetrando ai danni della tua creatività.

    Scrivere non solo è guardare fuori da quella finestra ma anche ingegnarsi per costruirsela, qualora quella finestra non ci sia ancora, e piantare fuori dalla finestra un albero che possa dare giorno dopo giorno un senso sempre nuovo, sempre più rigoglioso, al paesaggio.

  2. Sì Riccardo, è proprio così: scrivere è guardare dalla finestra.
    Dobbiamo essere curiosi, catturare stimoli ovunque…che siano tra le nuvole lassù dove cercheremo sempre nuove forme, o nella natura, nel caos della città o tra le persone che vediamo passare.
    Tutto “parla”. Tutto può ispirare.
    Basta solo saper guardare e respirare a pieni polmoni, spalancando la mente.
    In fondo, a volte, non può che farci bene chiudere una finestra di ricerca sul pc per aprirne una vera sulla realtà: la vita che ci circonda sarà brezza fresca per le nostre future parole! 😉

  3. Condivido in pieno Riccardo! Chi scrive per passione o per lavoro, prima o poi cade in questa tentazione. Guardare fuori dalla finestra per trovare la giusta ispirazione oppure solamente per staccare un attimo gli occhi dallo schermo e divagare con la mente. Trovo che sia un metodo molto utile e io lo applico spesso, anche se sicuramente, chi mi vede farlo, pensa che io stia ca**eggiando 😉
    Buona giornata!!

  4. Mi scuso con i commentatori che mi hanno preceduto, perché non li ho letti (lo farò) e mi sono sentita di rispondere al tuo post, Riccardo, di getto. In effetti, noi che scriviamo per professione, abbiamo bisogno di stimoli continui e dobbiamo evitare di volgere lo sguardo solo al nostro monitor, mani sulla tastiera. Aprirci al mondo, con occhi curiosi, orecchie vigili, mani aperte in un metaforico abbraccio, consente di fare esperienze che possono trasformarsi in storie, le stesse che dovremmo essere in grado di raccontare. Per me, ogni progetto significa stimolo: incontro con interesse i miei “clienti”; ogni volta mi pare di conoscere qualcosa di più non solo del mondo-azienda ma soprattutto della dimensione-Uomo; fino a quando non ho “partorito” i miei testi, è tutto un ribollire di pensieri e di parole. Quindi non mi riconosco molto nell'”automatismo” cui fai riferimento. Invece, mi associo al tuo pensare laddove la creatività, quella che anche io cerco, riguarda forme espressive più intime, quali la poesia. In questo caso, sì, è ancora più doveroso essere malleabili come creta, sensibili e disponibili non solo a guardare dalla finestra, ma a mettere testa e piedi fuori dal nostro studio!
    Chiudo – e saluto – condividendo le parole che proprio questa mattina ho letto sulla bacheca FB di un amico:

    “Bisognerebbe saper attendere, raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si aprono al mattino. Bisogna saper ripensare a itinerari in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando portavano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e grevi trasformazioni, a giorni in stanze silenziose e raccolte e a mattine sul mare, al mare sopratutto, a mari, a notti di viaggio che passavano con un alto fruscio e volavano assieme alle stelle – e ancora non è sufficiente poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si rimarginano. Ma bisogna anche essere stati accanto ad agonizzanti, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti. E non basta ancora avere ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando diventano sangue in noi, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, soltanto allora può accadere che in un momento eccezionale si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.” 

    Rilke, da “I quaderni di Malte Laurids Brigge”

  5. Guardare dalla finestra è così importante che non puoi ridurlo alla valvola di sfogo di un momento, ma deve fare parte della quotidianità. Non credo esista un altro modo per evitare di sentirsi schiavi di qualcosa che si è scelto.

  6. Grazie Riccardo! Grazie per avermi autorizzato a guardare fuori dalla finestra, perche’ come scrivi giuatamente tu il primo ostacolo e’ in me, nelle mie tabelle di marcia che mi illudono di incastrare tutto alla perfezione, i post da pubblicare alle scadenze prestabilite e una vita lavorativa altrove, lontana dal blog, ma da intabellare in precisi orari anche quella, quanto meno per ricavare il tempo per scrivere.. E che poi quando dopo tanti salti mortali hai un pomeriggio per scrivere lo passi a guardare fuori dalla finestra? Pero’ si, guardare fuori dalla finestra e’ importante, devo cercare di ricordarmelo piu’ spesso

    • Fa parte del tuo lavoro, non è un semplice perdere tempo. Anche andare a teatro fa parte di questo lavoro, anche andare al cinema. Basta avere la giusta propensione all’ascolto.

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