A quanto pare no.

Mi piace affrontare temi che incrociano la comunicazione online con quella giornalistica. E ieri è capitato un episodio degno di nota. Un episodio che ti fa capire qual è lo stato attuale dei quotidiani.

giornalismo
Il tipico desk di un giornalista – Fonte Flickr

Tutto è iniziato con la lettura di un articolo su La Repubblica dedicato alla presunta volontà di Vanessa Marzullo, la volontaria rapita dagli jihadisti e rimasta prigioniera per diversi mesi insieme all’amica.

In questa intervista per La Repubblica  la ragazza sostiene che tornerà in Siria se ce ne sarà bisogno. Perfetto, classico argomento che divide il popolo di Facebook. Si condividono link e pensieri.

La notizia è reale?

In realtà già nella tarda mattinata vengono pubblicati i primi articoli che minano le affermazioni di Vanessa. Anzi, smentiscono la professionalità del giornalista. Perché, secondo il fratello della volontaria, il giornalista non ha parlato con la ragazza. Versione confermata dal padre.

Versione prontamente smentita dal giornalista Paolo Berizzi che pubblica una lettera su Dagospia per ricordare ai parenti della ragazza che l’incontro è avvenuto proprio nella trattoria del padre.

Sull’Ansa il giornalista di La Repubblica rincara la dose e inserisce un nuovo elemento al puzzle:

“Come Vanessa sa bene ho pubblicato quanto lei mi ha detto sabato scorso nel corso dell’intervista avvenuta nella trattoria del padre. Forse per suo padre e suo fratello il problema è l’intervista esclusiva concordata con un’altra testata?”.

Insomma, c’è un ping pong di colpe. Nel frattempo chi ha condiviso la notizia (come il sottoscritto) su Facebook fa la sua bella figura del pollo. È una bufala, devi fare fact checking: difficile farlo in questo caos. E poi parto dalla presunzione che una notizia pubblicata su un giornale nazionale sia reale.

Sbaglio?

Forse sì. Anche perché i giornali (anche quelli nazionali) sanno bene come manipolare titoli e sfumature per far nascere uno scoop a tavolino. Basta leggere le parole di Vanessa per capirlo:

“Non era il primo viaggio in Siria e non sarà l’ultimo. Continuiamo a spenderci in questa causa nobile. Appena potremo, non so ancora quando, se ci sarà ancora bisogno, e purtroppo è così, in Siria potremmo anche tornarci”. 

Potremmo anche tornarci. Il condizionale indica una possibilità. Non una certezza. Nel titolo di Repubblica, invece, regna il futuro semplice indicativo: io e Greta torneremo in Siria.

Queste sfumature sono importanti. Perché la comunicazione scritta passa anche da questi dettagli. Usare il futuro semplice (come hanno fatto notare anche nel mio post su Facebook) vuol dire dare una certezza diversa da quella che comunica il condizionale. Che è la forma verbale tipica dell’incertezza, dell’evento che ha luogo solo se è soddisfatta una determinata condizione.

Dal mio punto di vista questo è un fatto grave che, lo ammetto, ha tratto in inganno anche me. Perché è una sfumatura, perché è un dettaglio che passa inosservato: il titolo roboante diventa protagonista e supera la volatilità del condizionale del testo. Dalla stampa nazionale voglio titoli onesti.

Chiedo troppo? Forse sì: basta dare uno sguardo ai Loser della classifica di Giorgio Taverniti per scoprire che i quotidiani hanno veramente tanto da imparare dalle logiche della rete.

La tua opinione

Qual è la tua idea? Secondo te i quotidiani dovrebbero abbandonare la terribile arte del click baiting e lavorare sulla chiarezza dell’informazione? A te la parola: lascia la tua opinione nei commenti.

15 COMMENTI

  1. Ciao Riccardo,
    non è il primo ne l’ultimo caso in cui la realtà viene “piegata” per fare notizia. A mio parere questi signori non hanno ancora capito la forza di internet che, in tutto questo, li porterà ad ottenere l’etichetta di giornalai da quattro soldi.
    A presto!

  2. Mi viene da (sor)ridere pensando che si si fidi ancora dei media italiani (e qui purtroppo non noto grande differenza tra “giornaloni” di carta e i loro maggiori emuli sul web). Non è solo questione di titoli sparati, notizie sensazionalistiche, tecniche di click baiting. E’ che mancando da decenni un editore “puro” ogni gruppo è strutturalmente asservito a logiche politico-clientelari. E quando anche non sono prevalenti tali ragioni, la dipendenza dai ricavi da pubblicità spinge qualsiasi giornale e/o sito di informazione, in Italia ma non solo, a concentrarsi su alcune notizie e ad evitarne altre che possano risultare sgradite ai propri inserzionisti.
    E no, non è che “mi immagino” che possa essere così… è che ci lavoro dentro da oltre 15 anni e, come dire, ho avuto ripetute esperienze dirette di come alcune notizie vengano “richieste” e “pompate” dalle direzioni ed altre ignorate. Poco importa che le prime riguardino magari una sagra di paese o l’ennesimo “premio megaastrogalattico” ad un’azienda (inserzionista) e le seconde magari una crisi mondiale o il crollo di un titolo in borsa (sempre legato agli interessi di un inserzionista)… le prime si devono dare, le seconde eliminare. Qundi no, non ci si può nè ci si deve fidare, si deve sempre confrontare più fonti di più nazioni, si deve cercare di fare un minimo di fact checking che in Italia pochi fanno anche tra i colleghi giornalisti, che per tante ragioni (anche di tempo e denaro) amano invece copia-incollare i take delle agenzie e/o ritradurre pezzi di altre testate estere… That’s all folks!

  3. E’ quello che commentavo ieri nel tuo post del click baiting spinto. Ormai i giornali online ne fanno ampio uso, perdendo in credibilità secondo il mio modesto parere.

  4. Bell’argomento, Riccardo. Spinoso e complesso.

    Vorrei parlare di finanziamento pubblico. Premesso che la situazione del giornalismo italiano è oggettivamente imbarazzante, le colpe sono da condividere in egual misura tra tutti: giornalisti, editori, politici, e anche della gente. Ci hanno raccontato che i soldi pubblici dati ai giornali erano la causa di tutti i mali del paese, in realtà quando li hanno tolti hanno solo dato una botta ad un sistema già di per sé in crisi (non solo economica).

    Ho scoperto che carta fondamentale dei diritti dell’Ue impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di informazione, attraverso i fondi pubblici che vengono chiamati “fondi per la libertà di stampa”. In realtà, andando a spulciare qualche dato, si scopre che l’Italia spende 30 cent procapite per la libertà di stampa. In Francia si spendono 18,77 euro a testa, in Gran Bretagna 11,68 euro, in Germania 6,51 euro. (Ricerca dell’Università di Oxford).

    Ora, capisco che in questo periodo storico tra i politici va di moda il populismo per raccimolare voti, ma un po’ di buon senso non guasterebbe. È impensabile pretendere di avere un’informazione seria e imparziale se giornalisti/editori devono rincorrere il profitto ad ogni costo per sopravvivere.

    È assurdo vedere Repubblica pubblicare notizie false (perché di questo si tratta), vedere il Corriere pubblicare improbabili lettere di addio dei mariti traditi, vedere il Messaggero fare click baiting, ecc. Così come è assurdo aprire un sito per leggere una notizia di tre righe e dover dribblare pop-up, video pubblicitari e banner vari.

    Con questo non voglio dire che lo stato deve elargire soldi senza tanti complimenti, ma che il giornalismo è un sistema che non può autofinanziarsi è palese. Personalmente preferisco che 10/15 euro all’anno delle mie tasse vadano a finanziare i giornali, piuttosto che continuare a leggere notizie che, nella migliore delle ipotesi, sono filtrate dai grandi “capi” gruppi editoriali. Quelli che mettono i soldi, garantiscono la sopravvivenza dei giornali e quindi possono mettere veti sulle notizie.

  5. Cosa non si fa per un pugno di clic…e controllare diventa sempre più difficile. Difficile perchè non puoi più fidarti di Repubblica, Corriere e nemmeno Ansa. Si dice controllare le fonti, d’accordo, ma in questo caos è complicatissimo stabilire chi spaccia bufale da chi tenta di fare informazione. 😉

    • Quello che dico anche io. Devi controllare le fonti… ma qual è la fonte? Di chi mi posso fidare? Onestamente sono avvilito, ecco.

  6. Citando l’ultimo articolo di Rudy Bandiera: “Parlatene bene o male ma PARLATENE. Anche online”. Questo è esattamente quello che fanno i giornali, che hanno grosse difficoltà ad entrare nel mondo di internet…specialmente se non cambiano mentalità.

  7. Ciao Riccardo,
    il mio personalissimo giudizio sulla qualità, veridicità e completezza delle informazioni snocciolate dai quotidiani italiani è pessimo.
    Con questo non intendo dire che non li prendo nemmeno in considerazione: leggo, confronto, approfondisco e traggo le mie conclusioni!
    80/100 sono pseudo balle per raccattare qualche clik (o copia cartacea, per chi le compra ancora)… davvero triste!

  8. Ciao Riccardo,
    l’uso fuorviante che i giornali fanno dei titoli è un fatto grave perché mirato esclusivamente all’ottenimento del click e della condivisione non alla volontà di informare gli utenti; non funzionerebbe, certo, se la gente poi oltre che condividere e commentare a caso, leggesse pure gli articoli per intero (ma spesso non è così).
    Una considerazione extra al di fuori della vicenda di Greta e Vanessa ma che la dice lunga sulla politica di talune testate, voglio farla segnalandoti una foto in rete: http://goo.gl/P7hJM0.
    Secondo me questa risposta del Messaggero al commento dell’utente la dice lunga.

    Ciao!

  9. Complimenti per il fiuto e la prontezza nel pubblicare questo articolo a Riccardo.Ma non vedo cosa ci sia da meravigliarsi della non veridicità delle notizie dei quotidiani italiani, redazioni composte da giornalisti che, la maggioranza, lavorano ancora con una mentalità in stile anni 60.

    • Mi meraviglio del fatto che noi paghiamo con i finanziamenti pubblici dei progetti che sono fallimentari, e che continuano a fare esattamente quello che vogliono. Senza che nessuno punisca o prenda provvedimenti.

  10. Già, sembra che il giornalismo come lo si è sempre intesto sia morto.
    In più tocca vedere testate in rete che pubblicano articoli con titoli devianti solo per accaparrarsi un click o due, altri che pubblicano i famigerati GATTINI, altri che rubano immagini e video senza permesso, per non parlare di quelli che hanno talmente tante pubblicità che non si riescono a leggere le notizie…

    Argh.

  11. c’è qualcosa di divertente nelle polemiche innescate da quell’articolo, è l’effetto “telefono senza fili” tipico del pettegolezzo di paese…Tutto si basa su una catena di equivoci legati a un titolo impreciso, è vero (il titolo si fa in redazione, quasi mai è del giornalista, ndr) e ad affermazioni comunque audaci e poco “diplomatiche” di queste ragazze. Tra l’altro, io leggendo il titolo mi sarei lasciata un margine di dubbio, un futuro semplice, ok, ma ammorbidito dal contesto…Bastava leggere l’articolo per intero, con attenzione, e la “verifica dei fatti” non doveva andare più in là. Il dado era tratto però e molti leggono solo il titolo…Imprecisi siamo tutti dunque e ci fidiamo delle opinioni, quella che gli antichi giustamente distinguevano dalla verità. Ohi

  12. Penso che il condizionale abbia la stessa forza di un futuro o un presente in questo caso: per l’italiano-medio già la sola possibilità di un eventuale ritorno porta dietro di se morali degne del peggior predicatore.
    Se vogliamo fare un discorso sulla qualità del giornalismo italiano, ok, facciamolo pure (ma se discutiamo quello, allora dobbiamo mettere in mezzo anche gente che come me e te fa le proprie cose senza avere una testata dietro) ma deve trascendere dal discorso riguardante queste due ragazze che vorrebbero eventuamente tornare in Siria

  13. Informandomi su questa vicenda, mi pare di poter affermare che l’intervista sia assolutamente vera e non “smentibile” da nessuno. Faccio il giornalista e posso garantirvi che di personaggi “strani” che si sentono onnipotenti fino al punto di volerti insegnare il mestiere, arrivando a minacciarti di non pubblicare una notizia, una dichiarazione o una foto, è pieno il mondo.
    Altro discorso è la fedeltà del titolo rispetto al contenuto dell’articolo. Ma in tutte le scuole e le redazioni ti insegneranno che, fintanto che il titolo non deformi radicalmente il senso dell’articolo, costruirlo su diverse sfumature lessicali o grammaticali è lecito. Proprio per la funzione stessa del titolo: attirare l’attenzione a mo’ di “strillo”. Una buona educazione alla lettura (vale sempre, per i giornali tradizionali cartacei e per quelli online, fino a i blog) vorrebbe che si faccia lo sforzo di leggere fino all’ultima riga del testo, senza limitarsi al primo livello.
    Sono il primo a criticare la deriva presa oggi dall’informazione italiana (ma non solo), soprattutto per il decadimento dei contenuti proposti e della qualità del lavoro (che quasi mai è colpa dell’impreparazione dei giornalisti, quanto della pessima organizzazione delle redazioni, dettata principalmente da motivi finanziari). Ma questo era il caso meno adatto per costruirci sopra la polemica contro i giornalisti.

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