Oggi voglio dedicare spazio a una breve riflessione che nasce dalla mia esperienza quotidiana. Questo non è un articolo tecnico, non voglio spiegarti come diventare copywriter. Preferisco condividere con te un pensiero che parte da un punto chiaro: non sei una protesi del tuo cliente.

lavoro

Sembra banale, vero? Hai iniziato a lavorare sul web per diventare un semplice operatore? Io no. Hai cominciato a scrivere, disegnare e fare ottimizzazione SEO con un unico pensiero: creare qualcosa di nuovo. Qualcosa di speciale. E adesso, invece? Come ti sei ridotto?

Il tuo percorso

È arrivata la routine del lavoro in ufficio con tutto ciò che ne deriva: il capo, i superiori, i colleghi, i task da seguire, gli impegni da portare a termine. Una bella situazione, però ti andava stretta. Così hai deciso di puntare sul lavoro freelance. Ti hanno messo in guardia, ti hanno detto: “Attenzione che sono gioie e dolori” ma hai seguito il tuo istinto.

Hai aperto una partita IVA perché volevi essere il perno della tua vita professionale. Niente regole da seguire, volevi trasformarti in una stella polare.

Ma devi pagare le tasse, far quadrare i conti, trovare nuovi clienti, svolgere tutte le operazioni che prima venivano smistate ad altre figure (segreteria, contabilità, account). Alla fine devi anche lavorare, e diventi uno Yes Man: un operatore passivo senza forza, senza nerbo, capace di eseguire un compito e di accettare qualsiasi cosa pur di fatturare.

Cosa puoi accettare?

Sai, io capisco tutto questo. Non è facile da ammettere ma ogni giorno sei costretto ad accettare piccoli e grandi compromessi. Perché quel cliente ti fa comodo e non vuoi perderlo, perché hai delle spese da sostenere e quindi hai bisogno di incassare. A volte un cliente non lo vuoi perdere perché ti piace, ti stimola, ti incuriosisce.

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Tutto questo ti porta ad accettare situazioni al limite. Inizi lentamente, acconsentendo a una piccola eccezione sul percorso stabilito. Hai creato un piano editoriale, un’azione di link building, un calendario per i social network basato su osservazioni empiriche. E all’improvviso arriva la richiesta fuori dal coro da parte del cliente.

Accetti o non accetti? Il primo contrasto si risolve con una concessione da parte tua, vuoi mostrare buon senso. Anche perché non è un’esigenza in grado di mettere in pericolo la tua attività. In realtà hai segnato la tua condanna: hai mostrato il punto debole, il cliente ha individuato una crepa. Sei influenzabile e questo vuol dire che:

  • Riconosci la sua autorevolezza.
  • Sei sensibile al potere economico.

Molti clienti non hanno bisogno di un consulente, ma di qualcuno che confermi il loro punto di vista. E in una determinata situazione (magari perché sei all’inizio o hai bisogno di quel lavoro) accetti qualsiasi cosa, anche condizioni che vanno oltre la deontologia. Ma deve essere per forza così?

Per approfondire: come creare un buon preventivo

Questo è lo scenario peggiore

Io credo che un professionista del web debba mettere in campo un buon equilibrio. Da un lato ci sei tu con le tue competenze e la tua professionalità, dall’altro c’è la realtà dei fatti. Non devi accettare le lusinghe e le richieste del cliente, ma devi contestualizzare la tua competenza.

I clienti spingono verso richieste fuori dalla norma. Al tempo stesso i consulenti non riescono a puntare sulla pratica e a uscire dalla bolla teorica legata a studi, approfondimenti, corsi in aula. La teoria è importante, ma spesso non ti permette di lavorare con i piedi per terra: ci sono budget da rispettare, equilibri interni, logiche e gerarchie che nessun libro affronta.

Il consulente a volte viene accolto come un innovatore (“Ha il rumore della scopa nuova”, così diciamo a Napoli) ma nella maggior parte dei casi è un individuo che non conosce la realtà. Quindi non può sapere fino in fondo di cosa ha bisogno l’azienda. Soprattutto quando sottolinea qualcosa di scomodo e che destabilizza delle convinzioni sedimentate.

Meglio dire (a te stesso e agli altri) che hai spagliato consulente, impossibile bocciare decisioni sedimentate nella storia dell’azienda. Quindi il consulente viene messo all’angolo: trasformarsi in un esecutore o abbandonare il campo.

E tu cosa fai?

Non voglio dare giudizi e soluzioni, non posso dirti cosa fare in queste situazioni perché potrebbero esserci mille motivi per restare e altri mille per lasciare. Ma ti dico questo: hai abbandonato il posto fisso per essere qualcosa di diverso, per avere libertà di decidere con chi lavorare e cosa costruire con il tuo tempo. Perché tornare al punto di partenza?

Io cerco di evitare questo circolo vizioso. Non sempre ci riesco, e tu?

4 COMMENTI

  1. Secondo me quella trattata in quest’articolo è una questione molto delicata che riguarda sia i dipendenti di un’azienda che i liberi professionisti. Purtroppo in questo impiego lo stretto contatto col cliente è fondamentale ed, essendo un lavoro molto soggettivo e poco tangibile, emergono quotidianamente problematiche in tal senso difficili sia da valutare che da affrontare. E personalmente non ho ancora trovato una soluzione in merito.

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