11

Influencer marketing: siamo solo barboni digitali?

Shares

Ho avuto il piacere e la fortuna di incrociare l’articolo di Domenico Naso su Il Fatto Quotidiano. Il titolo: “Chi sono davvero gli influencer? Cialtroni. Di dimensioni cosmiche. Convinti di poter vivere di vuoto social, di selfie e di markette”. Toni accesi, parole forti: ok, mi piace. Inizio a leggere.

Influencer marketing: siamo solo barboni digitali?

Il primo pensiero: ok, è il classico giornalista vecchio stampo che resiste alle novità del web e critica ciò che non capisce. In realtà l’articolo de Il Fatto Quotidiano è divertente.

Un buon esercizio di stile che racconta l’insofferenza di fronte a un settore che rigetto con forza: i bimbominkia che si credono influencer perché hanno migliaia di follower su Instagram. Vuoi la mia opinione personale? Spazzatura, gente che dovrebbe andare a zappare la terra.

Influencer, distorsione di valori

Non lo dico per invidia, non sono la classica volpe che non raggiunge l’uva e inizia a criticare l’oggetto del desiderio. Così come il mondo delle recensioni, anche quello degli influencer rischia di diventare una bolla speculativa. Una bolla fatta di guadagni facili, nullafacenza, semplice ostentazione di numeri che hanno valore pari a zero. Il social web diventa specchio dei valori distorti.

Urge bagno di umiltà per influencer e wannabe, uno schiaffone virtuale tra capo e collo che faccia loro capire che no, non ce l’hanno un mestiere. Che era solo una grande illusione, una devianza forse inevitabile dell’epoca del web.

La sintesi dell’articolo: morte agli influencer. Speriamo che questa moda bruci il prima possibile, così possiamo rifornire le cucine dei fast food con manodopera a basso costo. È un bene per il capitalismo di vecchio stampo e per le PMI mal consigliate, così non spendono soldi per alimentare falsi idoli. Dove sono i report? Dove sono i dati? Perché dovrei credere alla favola dell’influencer marketing?

Questa storia deve finire, ha ragione Domenico: gli influencer sono solo dei ragazzotti viziati e pompati dai vari guru fuffologi che promettono mari e monti. Obiettivo? Il soldo facile, mettere le mani in tasca al povero imprenditore accecato dalle chiacchiere di chi conosce bene la lezione.

Ma tutto si riduce a questo?

Dai, ci sei cascato. Ho tenuto un po’ il gioco e ho calcato la mano. L’articolo de Il Fatto Quotidiano? Scritto bene, certo. Ma è il classico stratagemma per portare visite, condivisioni, link (il mio è nofollow) grazie al titolo roboante:”Chi sono davvero gli influencer? Cialtroni”. Il giudizio è già stato emesso, tutto è scritto. Non ci sono possibilità di redenzione per l’influencer marketing.

Questo articolo si muove tra il click baiting e la semplificazione confezionata per i furbi della domenica, quelli che hanno bisogno di idee già pronte da mandare all’amico con la didascalia: “Te l’avevo detto io: apri gli occhi!!!!11!uno”. Ben inteso, ci sono grandi verità in questo pezzo.

Tremo di fronte a persone che si presentano come influencer e vivono imitando le rockstar. Questo è il messaggio che lasciano passare. Poi magari è come scrive Domenico:

Se scavi a fondo scopri che molti di loro vivono in una doppia in viale Padova, sono studenti universitari e cenano (rigorosamente lontano dalle fotocamere dei loro smartphone) con le conserve che manda la mamma dal Meridione.

Influencer ladro, bugiardo, pezzente e terrone. Bella roba. Ci sono tante piccole verità in questo articolo. E sono messe insieme con un’ironia interessante, ricca di spunti. Però manca qualcosa.

Per approfondire: Il primo nemico da sconfiggere per fare blogging

Manca una parte della verità

Chiaro, manca l’approccio tecnico. Mancano gli studi che parlano di un influencer marketing efficace, capace di superare la classica pubblicità quando viene fatto come dio comanda. Io critico il personaggio che acquista fan e poi capitalizza vendendo scatti sul proprio account Instagram.

Ma paragonare l’universo degli influencer a quello dei barboni digitali, senza adeguate distinzioni, è come affermare che la carta stampata è una marchetta senza fine. È come dire che i grandi brand pagano i quotidiani per pubblicare articoli a proprio favore, senza etichetta “post a pagamento”.

Magari con link utile ai fini SEO. Sarebbe ingiusto affermare una cosa del genere, vero? Bene, la generalizzazione che è stata fatta in questo articolo de Il Fatto Quotidiano è simile.

Basterebbe poco per informarsi, per scoprire che l’influencer marketing è qualcosa di diverso da ciò che viene descritto in questo articolo. C’è tutto questo, ci sono i balordi che si travestono da influencer. E io li condanno. Ma c’è altro.

Influencer marketing: la tua opinione

C’è ignoranza intorno al mondo dell’influencer marketing. Pochi giorni fa ho fatto una presentazione con Matteo Pogliani, autore di un libro che affronta questo tema, e abbiamo parlato di quanto sia difficile combattere i preconcetti che nascono dalla scarsa conoscenza del settore.

L’influencer è il galletto che si definisce tale su Instagram, punto e basta.

Ci sono delle verità dietro questo articolo, ci sono tanti buchi. Tu come la vedi? Sei d’accordo? Secondo te l’influencer marketing è solo questo (ragazzino in cerca di notorietà e soldi facili) oppure c’è una professionalità reale intorno a questo filone? Io ho la mia idea, aspetto la tua nei commenti.

libro blogging

Riccardo Esposito

Ciao! Sono Riccardo Esposito e sono un webwriter freelance. Questo significa che scrivo dall'alba al tramonto: creo articoli per blog, testi per pagine web, landing page, headline e call to action.

11 Comments

  1. Quando hai un seguito (reale) di 100.000 (per fare un numero a caso) utenti unici al giorno, ma anche al mese va benissimo, allora puoi essere un adolescente con i brufoli che spare cretinate o un premio nobel, poco importo: puoi capitalizzare con notevole profitto, per te e per chi si affida a te. Poi sappiamo che i numeri possono anche essere molto più bassi e al contempo anche molto più efficaci se hai una nicchia ben definita e fidelizzata. Detto questo Riccardo, pur non condividendo nemmeno marginalmente quanto riporti dell’articolo in questione (che se anche fossero studenti che vivono in un monolocale, sono comunque ragazzi che si danno da fare) c’è un dettaglio che fatica ad entrare nella testa degli operatori del mondo digitale: i numeri. Ti faccio un esempio che mi è accaduto poche settimane fa.
    Domanda: Quanto pubblico raggiungo, in quanto tempo e quante sono le conversioni statisticamente?
    Risposta da un circuito radiofonico: 500.000 utenti unici, 3 mesi, 3%
    Risposta digitale: ma la rete non serve a vendere!
    I costi dell’operazione erano praticamente sovrapponibili.
    Ora, io personalmente sono convinto che la rete porti spesso di più rispetto ai media tradizionali ma quando le risposte mancano diventa difficile scegliere l’influencer.

    • Ma vedi, alla fine è sempre questo il problema. dare un senso ai numeri. Mi spiego meglio: la quantità è spesso uno specchietto per le allodole. Nel senso che influencer non è solo chi ha tanti numeri. Anzi, spesso è proprio il contrario. Puoi essere tu l’influencer perché hai un grande seguito in una nicchia piccola. Ma che mi interessa.

  2. Guarda questo è il commento che ho lasciato sotto l’articolo (che naturalmente non hanno pubblicato ..almeno per adesso):

    “Questa cosa di “colpire duro” per ottenere visibilità (Domenico Naso non è che vuoi diventare anche te Influencer?) è roba vecchia come fare di tutta l’erba un fascio, questa articolo dimostra che si scrive di cose che non si conoscono. “perché gli influencer, per contratto, non devono capire. Devono esibire, fotografare, fare marchette a questo o quel prodotto”…. frase riduttiva che sottolinea quanto sopra…si scrive di cose che non si conoscono. Forse è meglio tornare a scrivere di politica. ”

    Un cosa è vera, la parola Influencer è inflazionata in questo periodo. Troppi si credono sto cazzo perché hanno TOT followers e diffondo la fuffa. Qualcuno bravo c’è in Italia, ma sono pochi… ciò non toglie che ho trovato l’articolo zeppo di luoghi comune e cazzate.

    • E chi si presenta a me con il termine influencer non ha certo la mia attenzione. Anche on questo caso c’è bisogno di fare buona informazione sentendo due campane, due punti di vista. Questo articolo, almeno dal mio punto di vista, non rende giustizia a chi lavora bene in questo settore. Un nome che posso fare e che ho già fatto è quello di Matteo Pogliani.

      • Esatto, è il classico articolo (se così si può chiamare) generalista per tirare su qualche views.

        Matteo Pogliani è una certezza !! ;D

  3. L’articolo di Naso, con stile spocchioso e sgradevole, ci sta però parlando di un fenomeno…antropologico e sociale. Sia anche il fatto che Naso non lo capisce…o il fatto che dietro alle dinamiche del web 2.0. pochi sono consapevoli di quello che fanno

    • Ciao Claudia,

      Il punto è questo: fa bene a parlarne e ripeto: tutto giusto. Però andrebbe equilibrato con un confronto sano, cercando di mettere in luce i professionisti che affrontano il tema nel modo giusto. Anche perché a volte si cambia il nome (evitando influencer o guru, ma preferendo ambassador) e tutto viene accettato.

  4. E se l’influencer fosse semplicemente una persona di riferimento su un dato argomento ?

    • Ma è proprio così, è esattamente questo: tutti siamo influencer nel nostro settore.

  5. per quel che ne so, l’influencer è una persona che, attraverso la propria attività svolta prevalentemente in rete, è riuscita a crearsi una reputazione e fama tale da essere seguito da moltissime persone. che queste persone possano essere anche fighette o ragazzini non v’è dubbio, ma è anche certo che in questa pletora vi si trovano marketers, head hunters, amministratori delegati, che usano, a pagamento, l’influencer come mezzo di locomozione molto efficace per promuovere i propri prodotti. per cui pensare che l’influencer (quello serio!) sia un coglioncello diventato famoso per le stronzate che scrive sui propri profili o che basi la propria esistenza virtuale (che virtuale poi non è affatto!) di fuffa e ectoplasmatici contenuti mi sembra provenire da qualcuno che, come al solito, parla di qualcosa che non conosce. il giornalista del “fatto” è semplicemente uno stupido che sparla prima di informarsi.

    • Ciao Alex,

      In fin dei conti il web è amplificazione del mondo reale. C’è gente che crede a Wanna Marchi e altre che fanno crescere la fama degli influencer campati in aria. la mia idea è questa: usiamo questo termine per indicare persone che hanno dei meriti reali. Anche mio nonno è influencer quando parliamo di vita nelle campagne. Influencer è uno che sa il fatto suo e comunica con il resto del mondo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *